Saga Dawa

 kailash

Nel calendario lunare tibetano il capodanno cade nel novilunio che cade tra la fine di Gennaio e l’inizio di Febbraio e il quarto mese dell’anno viene chiamato Saga Dawa. Questo mese è particolarmente importante poichè in esso cadono, secondo la tradizione Tibetana, la nascita del Buddha, la sua Illuminazione e il Nirvana “definitivo” (Parinirvana).  In particolare il quindicesimo giorno del quarto mese si festeggia la nascita del Buddha (Vesakha o Saga Dawa Duchen), ma in Tibet i festeggiamenti si protraggono per tutto il mese. Presso il monte Kailash (6714 m) i pellegrini provenienti da tutto il Tibet si riversano anche molti giorni prima per festeggiare la nascita del Buddha, creando un immenso accampamento e mercato di migliaia di persone.

sagadawa

Il palo del Tarboche dell’anno precedente, altissimo e con attaccate tutte le bandiere di preghiera colorate, viene abbattuto e sostituitocon uno nuovo. Il Tarboche è un simbolo di derivazione Bon (l’antica religione sciamanica pre-buddhista del Tibet), e rappresenta l’asse dell’universo, che collega la Terra (al centro) con il Paradiso e gli Inferi. L’intera area è considerata la più sacra al mondo per Buddhisti e Induisti, oltre che per i Bon, e assieme alla montagna ospita i due laghi Manasarovar (“concepito dalla mente di Dio”) e Rakas Tal (“lago demone” per gli Indu o “lago delle 5 isole” per i Buddhisti). In questa zona nascono i quattro fiumi principali dell’India: Indo, Karnali, Bramaputra e Sutlej hanno tutti le sorgenti nel raggio di 100km dal Kailash. Qui inoltre si dice dimori Shiva in persona assieme alla sua compagna Parvati. I Tibetani pensano che il Kailash sia il centro di un immenso Mandala e quindi compiere un pellegrinaggio alla montagna sacra significa per loro giungere al centro dell’Universo. Il Kora è la meta finale del pellegrinaggio cioè il giro a piedi, naturalmente in senso orario, attorno al Kailash.

Navyo Nepal organizza un viaggio per il festival del Saga Dawa dal 23 Maggio all’11 Giugno:

Navyo Nepal – Saga Dawa

Per approfondire leggere

  • Colin Thubron “Verso la montagna sacra”
  • Charles Allen “Alla ricerca di Shangri-La”

Numerose informazioni e approfondimenti anche sul sito

Vesak Italia

Kumbhamela

Un’altra esperienza che almeno una volta nella vita vorrei fare è quella di partecipare a un Kumbhamela (o Kumbh Mela come dicono gli indiani).

Quest’anno a Settembre sarà possibile partecipare a quello di Nasik (sulle rive del Godavari), uno dei quattro siti in cui si tiene il grande raduno.

Gli altri sono Allahabad (o Prayag, alla confluenza del Gange, Yamuna e del mitico Sarasvati), Haridwar (sul Gange) e Ujjain (sulle rive del Shipra).

Ogni 12 anni in ognuno di questi siti viene celebrato forse il più grande raduno dell’umanità, con milioni di persone che si riuniscono per un’abluzione di massa.

kumbhamela

E’ interessante ricordare come mai questi quattro luoghi sono così speciali. Ecco una libera traduzione dal sito ufficiale del Kumbhamela.

Kumbh deriva dal nome del vaso che conteneva il nettare dell’immortalità, che Semidei e Demoni si contesero come descritto nei Purana Vedici.

Inizialmente Semidei e Demoni lavorarono insieme per produrre il nettare, zangolando l’oceano di latte con una zangola composta dal monte Mandara come bastone, e dal re dei serpenti Vasuki come corda. Durante il procedimento però capitarono molti guai. All’inizio il nettare prodotto era addirittura velenoso e alcune gocce caddero dal recipiente finendo in bocca a scorpioni e serpenti. Poi il monte Mandara cominciò a sprofondare e solo grazie all’intervento di Vishnu, trasformato in tartaruga, riuscì a rimanere sopra l’acqua.

A un certo punto i Semidei, avendo paura che i Demoni volessero fregarli, rubarono il vaso. I Demoni li inseguirono per 12 giorni e 12 notti, e durante la caccia alcune gocce dell’elisir dell’immortalità caddero dal vaso, in 4 luoghi che corrispondono ai 4 siti del Kumbhamela.

Da allora i 4 siti sono rivestiti di sacralità e siccome 12 giorni degli Dei corrispondono a 12 anni degli uomini, il Kumbhamela viene celebrato ogni 12 anni in ognuno dei 4 luoghi.

Amitaba propone il viaggio al seguente link:

Amitaba – Kumbhamela

Camino de Santiago in MTB

Cronaca (molto) differita di un Camino de Santiago in bici

Diario di viaggio (di Lucio Magi, Marzo 2013 )

Ripensando a come era nata questa avventura, mi ricordo ancora Catia che in un giorno d’estate arriva e dice: “perchè non andiamo a Santiago di Compostela in bici?”. Io pensavo a uno scherzo, a una provocazione, perchè un viaggio in bici è sempre stato uno dei miei sogni. Le chiedo “ma sei sicura? Guarda che ci andiamo davvero!”. E così, dopo poche settimane, tempo di organizzare le poche cose necessarie e attrezzare le bici, siamo partiti.

A distanza di oltre due anni tante cose sono cambiate. E’ nato Enrico e non c’è mai stato finora il tempo di scrivere qualcosa su quell’esperienza fantastica. Ora mi ritrovo alle 6 di mattina a iniziare a buttare giù un racconto basato sui ricordi e sulle poche note prese a suo tempo nel taccuino di viaggio. Anche dopo così tanto tempo però, mi rendo conto che basta rileggere una frase scritta velocemente per riaccendere un flusso dirompente di ricordi, e decido di provarci lo stesso.

La preparazione è, come sempre per ogni viaggio, fondamentale. Ci sono comunque alcuni aspetti e dettagli che, in questo caso particolare, non consiglio a nessuno di trascurare:

munirsi di borse per la bici e pensare a come fare per proteggerne il contenuto da acqua e polvere
non dimenticare a casa le creme per il fondoschiena. A meno che non si sia ciclisti da 1000km al mese col callo già bello formato, è meglio procurarsi dei lenitivi. Ottime le creme usate per i neonati
logistica di partenza e, soprattutto, di rientro a casa

A parte questo non sono necessarie attrezzature particolari, abbigliamenti super-tecnici o integratori di chissà che tipo. Servono solo una buona bici, buone gambe, spirito di adattamento e nessuna fretta. Tutto il resto si riesce tranquillamente ad arrangiare sul posto. Nonostante due giorni prima della partenza vedo bene di prendermi un attacco di sciatica lancinante, grazie ai consigli di Jury il fisioterapista e a un po’ di completo riposo, decidiamo comunque di mantenere il piano prefissato, cioè di partire in macchina da casa fino ai Pirenei e da li proseguire poi in bici fino a Santiago.

Il viaggio in auto fino a Roncisvalle è lunghissimo. Noi lo facciamo tutto d’un tiro e arriviamo la sera tardi. Scegliamo di fermarci qui e non a St. Jean Pie-de-Port per evitare la partenza in salita dal versante francese dei Pirenei. Se St. Jean brulica di gente, bar e alberghi, a Roncisvalle è tutto deserto. Il paesino è fatto solo di poche case e altre costruzioni, tra cui per fortuna l’unica osteria dove si possa trovare qualcosa da mangiare. Non ho ancora capito bene perchè ci siano due inizi per il Camino, uno in Francia e uno in Spagna, ma devo dire che sono stato contento di avere iniziato da questo paesino cupo, pieno di mistero, storia e leggende, in un’atmosfera veramente medievale e non turistica. Riusciamo a trovare posto nell’unico grande albergo, un po’ fuori luogo qui, e ci riposiamo, pieni di dubbi a causa della mia condizione fisica e non solo, in attesa di iniziare qualcosa, un’avventura, che avremmo compreso appieno solo alla fine. Al risveglio il cielo è scuro, piove una pioggia sottile ed è anche freddo. Chiaramente non è che la mia schiena si sia messa a posto da sola, soprattutto dopo le 18 ore d’auto del giorno prima, e più volte ci interroghiamo sul da farsi. Dopo un po’ di esitazione usciamo, facciamo colazione all’osteria e andiamo a fare l’unica commissione obbligatoria prima di partire, che si può fare solo qui o a St. Jean. Dobbiamo andare all’Oficina do Peregrinos a ritirare la Credencial, cioè il “passaporto” che ci permetterà di raccogliere tutti i timbri dei posti che visiteremo lungo il Camino, e che a Santiago ci permetterà di ottenere la Compostela, l’attestato ufficiale di compimento dell’impresa. Decidiamo di muoverci. Dobbiamo subito usare le protezioni artigianali ma super-funzionali per le borse delle bici (sacchi neri per l’immondizia) e ci mettiamo un po’ a prepararci, ma non abbiamo scelta visto che nelle borse sono contenuti tutti i nostri averi. A questo punto rimane da sciogliere uno dei dubbi più grossi: cosa fare con l’auto e con le chiavi. Decidiamo di lasciare la macchina nel parcheggio lungo la strada, in mezzo alle altre (molto poche in verità), per dare meno nell’occhio. Per le chiavi invece abbiamo la luminosa idea di lasciarle alla reception dell’hotel, in una busta, per 15 giorni, senza alcuna ricevuta. Appena usciamo dalla porta dell’albergo, pronti (o quasi) a partire in bici, ci rendiamo però subito conto che è meglio essere fautori della propria disgrazia piuttosto che lasciarla in mano ad altri, e corriamo dentro dicendo alla povera receptionist che abbiamo cambiato idea. Lei ci guarda, ritira fuori la busta che le abbiamo appena consegnato e ci ridà le chiavi senza fare una piega.

partenza

In sella e si parte. Ma dove andiamo? Come si riconosce il Camino di Santiago? Basta seguire i segnali stradali per Santiago o quello non è il vero Camino? Ci saranno dei segni rossi e bianchi come quelli dei sentieri del CAI? Non ne abbiamo idea. Sappiamo che dobbiamo arrivare a Pamplona e intanto cominciamo procedendo su strada. Tra l’altro continua a piovere. Iniziamo a vedere che il Camino è segnalato, sempre, da segni e frecce gialle, o dalla Concha, la conchiglia che rappresenta la meta sull’oceano Atlantico. Cominciamo quindi a provare a seguirli, visto che portano ad allontanarsi dalla strada e procedono lungo sentieri nel bosco. Alla mia schiena però non piacciono tanto queste deviazioni su sterrato, e siamo costretti a tornare su strada. Passiamo diversi paesi, in mezzo a incomprensibili indicazioni e scritte in lingua basca. Dobbiamo affrontare anche un paio di salite abbastanza impegnative ma corte, e arriviamo a Pamplona relativamente bene e in poco tempo. Intanto per fortuna da qualche ora ha anche smesso di piovere e a Pamplona troviamo sole e caldo. Già l’essere arrivati qui sembra tanto. Ci rendiamo conto solo ora di quello che abbiamo appena iniziato. Giriamo un po’ per la città, mangiamo qualcosa e decidiamo di non fermarci qui per la notte perchè c’è troppa gente. Quando sono ormai le 5 del pomeriggio decidiamo di procedere oltre, spinti dall’entusiasmo del primo giorno. All’uscita dalla città il Camino diventa sterrato, su stradine di campagna che procedono in mezzo ai campi e con davanti a noi le alture che dobbiamo superare. La salita all’Alto del Perdon non è per niente facile, pur avendo delle Mountain Bike. Il terreno è tutto ciottoli e la pendenza è notevole. Solo in quel momento ci rendiamo conto veramente di tutto il peso in più dovuto alle borse e la difficoltà a pedalare diventa tale che in alcuni tratti stretti e particolarmente difficili dobbiamo scendere e spingere le bici. Il panorama dalla cima in compenso è impagabile, con tantissime pale eoliche che girano in mezzo al niente. Sulla cima, di fianco al monumento ai Pellegrini, ne incontriamo uno solitario che viene a piedi dalla Germania. E’ felice e ha intenzione di passare la notte in tenda li. E’ il primo incontro che facciamo con un pellegrino a piedi, e come sempre mi succederà anche in seguito, mi lascia una grande ammirazione. Oltre a questa apparizione un po’ mistica mi rendo conto che nel frattempo è anche avvenuto un miracolo. La mia schiena è improvvisamente guarita e non sentirò più il dolore fino alla fine. L’Alto del Perdon ha perdonato anche me. Un local in mountain bike ci indica la direzione per Puente la Reina. E’ pomeriggio tardi ma è tutta discesa, e arriviamo nell’Albergue per Peregrinos poco fuori città, dove riusciamo a trovare due posti letto in camerata e un pasto caldo.

concha

alto del perdon

Dormire in un Albergue è un po’ come dormire in un ostello. Le camerate possono essere enormi (come in questo caso) e ospitano gente che russa e fa altri rumori molesti che non aiutano chi ha il sonno leggero. Noi troviamo posto per dormire solo vicino alle lavatrici e davanti ai bagni. Ma siamo così stanchi che va benissimo. Un altro problema degli Albergue è che la mattina alle 8, o anche prima a volte, bisogna sloggiare. Noi chiaramente siamo ancora delle matricole e, non sapendo niente di tutto ciò, veniamo svegliati bruscamente dall’inserviente di turno che, dopo avere acceso tutte le luci possibili e anche le lavatrici, sbraita e sfarfuglia qualcosa che non capiamo, imbambolati come siamo. L’unica cosa che sembra chiara è “ocio”, inteso come “otto”, l’ora a cui si deve uscire. Qualcuno ci dice che se vogliamo anche mangiare qualcosa prima di partire dobbiamo muoverci, ma noi non capiamo tutta questa fretta. Dopo nemmeno mezzora dalla sveglia veniamo letteralmente sbattuti fuori perchè le pulizie e i preparativi per ospitare quelli che arriveranno devono iniziare , e ci ritroviamo nel giardino con le bici e le borse disfatte ancora da chiudere. Con calma ci prepariamo e ripartiamo, salutando i pochissimi che ancora non si sono già mossi (forse perchè si fermano più notti). Ci fermiamo solo per vedere il ponte romano in pietra che da il nome alla cittadina di Puente la Reina, e continuiamo. Il tragitto è quasi tutto su strada e superiamo Estella, Los Arcos e altri paesi. Siamo già bruciati dal sole. L’ultimo tratto di strada della giornata è terribile e infinito, ma non vogliamo fermarci in una cittadina grande. Pensiamo che sia meglio trovare una sistemazione in un paesino più piccolo per evitare le masse russanti delle camerate. Ci fermiamo a Sansol, nel piccolo Albergue di Raquel, una ragazza che, ci racconta, è venuta qua in vacanza e poi si è sposata con uno del posto e si è fermata. Affitta alcune stanze della sua casa stretta e su più piani. In camera con noi c’è l’unico altro ospite, il pellegrino ciclista Henry, che viaggia solo ed è arrivato qua direttamente dal Belgio in bici. Dopo avere mangiato il miglior piatto di spaghetti al pomodoro della nostra vita, e dopo avere pure dovuto lavare i piatti (“qui funziona così” spiega Raquel) usciamo a fare due passi. Sansol è minuscolo e tutti gli abitanti si riuniscono nell’unico bar, seduti fuori per mitigare la calura, mangiando un gelato. Henry ci racconta la sua storia drammatica. Noi eravamo talmente presi dall’entusiasmo di questa avventura che nemmeno ci era venuto in mente che qualcuno potesse intraprendere il Camino per chiedere la grazia per il fratello ammalato. Ci racconta di come sia partito un mese prima, e di quanto sia stata dura attraversare la Francia in bici a causa della mancanza di strutture sia stradali che di accoglienza. Qui in Spagna, ci dice, è tutto molto più facile.

Il mattino dopo ripartiamo abbastanza presto. Salutiamo Henry che, per fare prima e anche perchè non ha una bici proprio adatta allo sterrato, segue l’asfalto. Noi finchè possiamo preferiamo andare per sentieri, evitando il traffico. Passiamo Viana e ci fermiamo a Logrono, seconda grande città sul percorso verso Santiago. Entrando dalla periferia si vedono tanti cantieri e lavori in corso, tanto cemento e costruzioni. Seguendo le frecce gialle arriviamo su una delle stradine che girano attorno la città per evitare la strada principale, piena di auto e smog. Superiamo una mamma pellegrina a piedi, che ha due figli al seguito e spinge, zaino in spalla, un passeggino con un altro componente della famiglia. Le supposizioni si sprecano. Logrono è una bella città e ci fermiamo a visitarla un po’ e a riprendere fiato. Passiamo il ponte di pietra, parallelo all’altro di ferro, e ci fermiamo a visitare la cappella dedicata proprio a Santiago. Non c’è tanta gente in città, l’atmosfera sembra molto rilassata. Anche di pellegrini se ne vedono pochi, perchè viaggiano su altri fusi orari rispetto a noi. Uscendo dal centro il Camino passa per diversi parchi con tanto verde e giochi per bambini, fino ad arrivare in piena campagna in mezzo a enormi campi coltivati a vite. Siamo entrati nella Rioja. Rubiamo qualche grappolo della preziosa uva, gli acini sono durissimi e succosi. Si passa Navarrete e il Camino prosegue nelle campagne in mezzo alle viti infinite. La cosa strana è che la campagna non è verde ma arida e polverosa. Quasi si stenta a credere che in queste zone venga prodotto uno dei vini più rinomati della Spagna. Proseguendo e accumulando polvere arriviamo a Najera, una cittadina un po’ strana, incastrata tra le rocce rosse e con il fiume che le passa attraverso. E’ quasi deserta. Cercando un bar dove poter bere qualcosa per togliere la polvere dalla gola, entriamo nell’unico posto che sembra aperto. E’ in realtà un circolo dove tanti uomini di una certa età bevono e giocano a carte. Ci guardano in maniera un po’ strana, ma il barista è cordialissimo e ci fermiamo un po’ a riposare. Il percorso prosegue sempre in mezzo alla polvere, seguendo per parecchio le strade secondarie dove passano i mezzi e le scavatrici che servono alla costruzione o ampliamento, non so, di una grande autostrada. Polvere su polvere. Finalmente ci allontaniamo dall’autostrada e dai cantieri e vorremmo fermarci a Ciruena, ma nessuno degli Albergue ha posto o è aperto. Siamo infatti a “fine stagione” (pensavo che il Camino fosse qualcosa di più spirituale e meno soggetto ai parametri del turismo) e molti hanno già chiuso. Arriviamo all’ultima speranza, un piccolo hostal che dovrebbe essere aperto. Il proprietario però, non vedendo pellegrini, anche perchè è ormai effettivamente tardi per gli orari in cui normalmente si viaggia, ha già deciso di chiudere i battenti e di farsi un weekend in città. Non riusciamo a fargli cambiare idea e quindi dobbiamo proseguire fino a Santo Domingo de la Calzada. Per fortuna è tutta discesa e arriviamo in un lampo. Andiamo dritti all’Albergue dei Pellegrini che sta in un convento in centro e per fortuna troviamo due posti per dormire. Usciamo per cena e ritroviamo i due ciclisti spagnoli, padre e figlio, che avevamo conosciuto il giorno prima alla Fuente del Vino, presso il convento di Hirache. Pensavo fossero molto più veloci di noi e invece eccoli qui. Non stiamo andando poi tanto male! Stanchissimi e sempre più arsi dal sole ci infiliamo nel letto a castello della camerata, dove le luci si spengono presto e dove non è possibile fare rumore. Non possiamo privarci però della mano giornaliera della partita a carte che ci accompagnerà fino alla fine, naturalmente alla luce della lampada frontale.

donna

Alle 7:45 tutti fuori, senza se e senza ma. La perpetua di turno non ammette deroghe e ancora una volta veniamo letteralmente sbattuti fuori. Dopo una delle nostre colazioni prolungate in uno dei tanti forni meravigliosi che, per fortuna, si incontrano lungo tutto il Camino, e che producono delle brioche enormi e buonissime, visitiamo il museo di Santo Domingo col suo famoso gallo vivo e ripartiamo per quella che si rivelerà come la tappa più dura di tutte. Non ci sono salite impegnative fino ai Montes de Oca, ma il vento contrario è terribile e senza tregua. Lungo il sentiero ancora Peregrinos che camminano soli o in piccolo gruppi. Anche se a piedi è dura, sono cotti dal sole e marinati nella polvere, in questo momento fanno di sicuro meno fatica di noi. Arriviamo finalmente a Villafranca, ai piedi dei monti, sfiniti. Guardando sulla guida abbiamo due alternative per raggiungere Burgos, una che segue il sentiero e l’altra che continua sulla strada. Decidiamo per la seconda, perchè pensiamo che su sterrato sia troppo dura per come siamo messi. La strada però si dimostra altrettanto dura. La salita non è lunghissima, fa il suo dovere certo, ma il problema sono i tanti camion che incontriamo e ci passano rasenti, spaventandoci a volte non poco. Non vediamo l’ora di arrivare in cima. Finalmente ci siamo e riprendiamo il sentiero in mezzo al bosco. Ci concediamo però prima una sosta per un pranzetto bucolico sotto un albero, a base di pane e tonno. E’ uno di quei momenti semplici che rimangono indelebili nella memoria. La discesa fino a Burgos è gustosa, quasi tutta su sterrato facile. Forse però devo avere esagerato coi freni, perchè la mia bici fa un rumore strano e ora improvvisamente ha problemi a frenare. Quando siamo quasi in fondo al bosco, incontriamo il gruppo di ciclisti che ci avevano superato la mattina, correndo a ruota tutti in fila controvento come professionisti, e gli chiediamo se ci danno una mano. Il meccanico del gruppo da un’occhiata ma non capiamo cosa possa essere, serve un’officina. Posso comunque continuare, la ruota non è bloccata e uso solo il freno davanti, con attenzione. A Burgos troviamo quasi subito un negozio di bici, dove però il proprietario ha poca dimestichezza coi freni a disco e siamo costretti a continuare. Entriamo in centro, è tardi e siamo quasi stremati. Decidiamo di fermarci in un hotel, anche perchè sembra che tutti gli Albergue siano un po’ fuori, dall’altra parte della città. La sera troviamo la forza di uscire per cena. Il centro è davvero carino, pieno di locali e gente in giro. Niente di meglio che una deliziosa Sopa Castillana per riprendere le forze.

burgos

burgos

Facciamo checkout e la ragazza della reception è gentilissima, ci indica un meccanico li vicino. Ci andiamo e la prognosi è: cambio pasticche e cilindri per entrambi i freni sulla mia bici, cambio copertone dietro su quella di Catia. Un altro dettaglio (..) da non dimenticare prima della partenza è chiaramente la manutenzione delle bici… Mentre lo sveglissimo ragazzo del negozio ci ripara le bici approfittiamo per visitare Burgos. Altra città splendida. L’itinerario del Camino, che viene sempre pensato solo ed esclusivamente come percorso di pellegrinaggio, porta in realtà alla scoperta di parti di Spagna meno famose, almeno per noi, ma bellissime, che varrebbe la pena scoprire senza fretta. Le bici sono pronte a fine mattinata e, dopo i ringraziamenti e i saluti al nostro meccanico, possiamo ripartire. Da qui in avanti seguiranno giorni di solitudine e suggestione. Uscendo da Burgos si passano i soliti gruppi, più o meno numerosi, di case di periferia. Poi improvvisamente il nulla. E’ l’incontro con la Meseta, ed è subito innamoramento a prima vista. Lo sguardo scorre senza ostacoli fino all’orizzonte. Solo terreno pianeggiante, rossiccio e cespuglioso, completamente piatto. Il sole batte senza tregua, nonostante sia fine Agosto. Pedalare qui è meraviglioso, è quasi un’esperienza mistica. Incontriamo qualche pellegrino solitario a piedi, niente bici. Si prosegue così per qualche ora, immersi nella natura e nient’altro, finchè all’improvviso compare Hontanas. E’ un piccolo paese sepolto sotto l’altipiano, così che si riesce a scorgere solo quando ormai ci si è dentro. Poche case di fango e mattoni cotti al sole, un paio di Albergue con i pellegrini seduti fuori all’ombra in pieno relax e una fonte, per fortuna. Dopo questo paese comparso quasi magicamente dall’altipiano, si prosegue sempre sulla Meseta e si vedono alcune alture. Passiamo i ruderi di San Anton, il leggendario ospedale dei pellegrini, poi passiamo di fianco a Castrojeriz, un castello costruito su una di queste colline. Ancora un po’ più avanti l’unica salita impegnativa della giornata, l’Alto de Matamulos, che non possiamo evitare a meno di una lunghissima deviazione su strada. Il fondo è tutto sassi ed è difficile da pedalare. Ancora una volta dobbiamo scendere e spingere. Per fortuna la salita non è lunga e arriviamo in cima relativamente freschi. Sulla cima di questo tavoliere da cui si vede tutto il panorama attorno a perdita d’occhio, c’è solo un chiosco di legno con un cartello che avvisa i ciclisti di fare massima attenzione in discesa, perchè pericolosissima. La cosa ci preoccupa un pochino perchè le bici non sono proprio manovrabili al massimo, col peso che trasportiamo. Tanto per capirsi, non è che ci siamo portati dietro chissà cosa, le due borse di ogni bici assieme pesano circa dieci kili, ma l’assetto della Mountain bike è completamente diverso e si fa fatica a controllarla, soprattuto in discesa. Procediamo quindi piano piano, sopra un torrente di sassi, e alla fine è quasi divertente. Il panorama è sempre incredibile. Arsura ovunque, su un deserto di sassi e terra polverosa. Da qui in poi per molto tempo è tutto piano. A un certo punto, quasi all’improvviso, si ritrovano il verde e anche gli alberi. Stiamo pedalando ai bordi del Canale di Castiglia, costruito nel 1700 per collegare via nave Santander con queste pianure riarse. Via via è stato abbandonato e oggi riscoperto. Siamo in quelle che vengono chiamate le Terre di Campos. Procediamo piano lungo il canale, anche attraversandolo su un ponte di barche, e ci fermiamo a Poblacion de Campos. Troviamo posto nel Turismo Rural della signora Carmen, che ci accoglie in modo davvero inaspettato. A parte il trattamento, camera cena e colazione, quello che ci colpisce da subito è la cordialità della padrona di casa. Anche se non ci capiamo benissimo, si crea una bella atmosfera di calore che credo faremo fatica a dimenticare.

hontanas

meseta

Il mattino dopo poi, la signora Carmen ci spiega che ha una comitiva a pranzo e sta preparando la paella. Ci invita a entrare in cucina a guardare come fa e non possiamo perderci la lezione, soprattutto per quanto riguarda il rigoroso ordine con cui gli ingredienti devono entrare a far parte del famoso piatto. Dopo averla tirata un po’ per le lunghe, ahinoi, dobbiamo ripartire e salutiamo Carmen con affetto davvero speciale. Questa sarà la tappa più lunga, circa 90km, ma anche una delle più facili, perchè quasi tutta in pianura e con vento favorevole. Ritorna la Meseta. Superiamo Calzadilla, S. Nicolas, e mentre pedaliamo sul sentiero che corre di fianco alla strada ecco che ricompare inaspettatamente il nostro amico Henry. Ci fermiamo assieme sotto un albero per mangiare qualcosa. E’ sfinito, avendo percorso oltre 2000km con poco allenamento, e credo che questa volta anche noi abbiamo contribuito a dargli una mazzata. Infatti ci confessa che pensava fossimo molto più indietro di lui, è quasi incredulo di rivederci. Gli offriamo uno dei nostri panini perchè sembra anche un po’ a corto di viveri, riposiamo un po’ e ripartiamo. Salutandoci, Henry ci dice che vuole fermarsi a Sahagun perchè è troppo stanco, mentre noi abbiamo intenzione di continuare fino a Mansillas de las Mulas. Il sentiero impolverato non ha fine. In lontananza, alla nostra destra, si vedono delle montagne che corrono parallele a noi, da Est a Ovest, e quindi non possono essere quelle che sappiamo aspettarci prima dell’entrata in Galizia. Deve essere la Cordigliera Cantabrica. Il nostro braccio sinistro è ormai ustionato mentre quello destro è quasi bianco. Non ci avevo mai pensato, ma andando sempre verso Ovest sotto il sole questo è uno degli effetti. Facciamo sosta in un paese irreale (uno dei tanti per la verità lungo il Camino), Burgo Ranero, che deve il suo nome a una enorme pozza d’acqua che ospita una colonia di rane. Manco a dirlo è tutto deserto, ci sono solo un paio di cani che fanno la siesta all’ombra di una casa. Abbiamo bisogno di qualcosa da mangiare, ma l’unico “alimentari” apre alle 5 del pomeriggio. Dentro c’è di tutto, ma a noi interessano solo le enormi brioche, che ci servono per arrivare alla meta, ancora lontana diversi chilometri. Arriviamo a Mansillas e troviamo una stanza per dormire sopra un bar/ristorante. Usciamo per mangiare e notiamo che nessuno cena tranne noi. E’ troppo presto e tutti sono impegnati in aperitivi e bocadillos e guardano una partita di calcio in TV, facciamo quasi fatica a ordinare uno dei famosi Menu del Pellegrino, di cui ci siamo nutriti praticamente dall’inizio alla fine. C’è anche una festa in paese e perdiamo un po’ di tempo in mezzo alle bancarelle e alla folla radunata a ballare davanti al palco dell’”orchestra”. Questo poco di svago non ci fa dimenticare che oggi siamo arrivati a metà strada. Abbiamo percorso circa 450km in 6 giorni e ci sembra già che manchi troppo poco alla meta.

La mattina fa freddo. Usciamo da Mansillas abbastanza presto e dobbiamo metterci tutti gli strati che abbiamo. Man mano che la mattina avanza e ci avviciniamo a Leon però, il sole esce dalla nebbia e il clima si scalda, tornando a quello che per noi ormai rappresenta la normalità. Leon è l’ultima grande città che si incontra prima di Santiago ed è incantevole, per quel poco che possiamo vedere. L’entrata è anche qui un po’ traumatica, perchè la pista passa proprio di fianco alla strada e agli immancabili lavori in corso, ma una volta entrati in centro ci fermiamo ai bordi della piazza principale in un bar e ci godiamo il sole, un po’ di riposo e le immancabili brioche con caffè-y-lece. Proseguendo visitiamo l’imperdibile Basilica di San Isidoro e quindi continuiamo il nostro cammino. Questa è l’ultima tappa prima delle montagne. E’ anche una tappa molto normale, senza niente di particolare da segnalare. Solo strada e sentieri, almeno fino Santibanez, dove decidiamo di non seguire il sentiero che passa di fianco alla strada per Astorga, ma prendiamo il sentiero a destra che si inerpica per il colle. E’ un inferno. A parte la salita, per niente agevole e che ci costringe a un passo molto lento, ci sono miliardi di mosche che ci assalgono senza tregua per diversi chilometri. In cima una spianata, un po’ d’aria che per fortuna allontana un po’ le mosche, e qualche Albergue improvvisato in mezzo alla campagna. Ci affrettiamo lungo la discesa che ci dovrebbe portare ad Astorga. In realtà c’è ancora un pochino di strada da fare, in mezzo a qualche casa abbandonata, fino a quando vediamo finalmente la città. Astorga sorge su una collina, occorre fare un ultimo sforzo per arrivarci. E’ molto accogliente, c’è parecchia gente in giro. Decidiamo per questa volta di concederci il lusso di un hotel due stelle in centro. Troppo bello (e anche costoso) per i nostri standard, ma siamo stanchi e riposare in un buon letto fa miracoli. La sera ceniamo in un rumoroso e affollato ristorante proprio nella piazza centrale, dove finalmente abbiamo la possibilità di assaggiare la famosa, imperdibile Tortilla. Ci aspettano quelle che sulla carta dovrebbero essere le due tappe più dure, la Astorga-Ponferrada che passa per la temibile Cruz de Hierro, e O Cebreiro, che segna il confine con la Galizia.

Partiamo abbastanza presto, Catia non è al massimo. Senza fretta arriviamo a Rabanal del Camino. Si sale lentamente e il paesaggio inizia a cambiare. Boschi fitti di conifere prendono il posto dell’aridume dei giorni precedenti. A Rabanal ci fermiamo per una sosta prima si affrontare la vera salita. Inaspettatamente incontriamo ancora Henry, sempre più stanco e provato. Prendiamo un caffè assieme e non sapendo se ci incontreremo ancora (in cuor mio spero di no per lui), gli chiedo se mi lascia l’indirizzo email. Scopriamo così che si chiama Andrè e che non avevamo capito il suo nome sin dall’inzio… Poco male, per noi lui sarà sempre Henry. Ci salutiamo con calore, lui si avvia, mentre noi ce la prendiamo più comoda. Saliamo lentamente fino alla croce di ferro. Per chi è un po’ allenato in bici la salita non è niente di speciale, con dei bei tornanti pedalabili. Ci fermiamo comunque ogni tanto per riprendere fiato e, durante una di queste soste, vediamo arrivare una coppia in bici a gran passo. Sono un uomo e una donna. Ci superano. Prima passa lui e a distanza di qualche metro arriva lei, con la bici legata con una corda a quella del compagno! Ci sorridono, lui dice qualcosa in spagnolo che non capiamo, ma che forse suonava come “se mi fermo sono finito”, e continuano a salire. Arriviamo alla croce, circondata da un tumulo di pietre, accumulate una a una dai pellegrini. C’è una coppia di signore olandesi, che ci raccontano avere fatto il percorso da Amsterdam ma diviso in due anni. Il primo anno dall’Olanda a Tours, e quest’anno fino a Santiago. Sono sorridenti e sembrano non aver fatto nessuna fatica. In effetti hanno delle bici che sembrano delle poltrone, super tecnologiche e super comode. Ci facciamo scattare qualche foto e ripartono. Noi le seguiamo a ruota dopo poco. Dalla Cruz de Hierro non inizia la discesa ma si procede per un tratto ancora abbastanza lungo di falsopiano, che ci porta a Manjarin, residenza del famoso eremita che si considera l’ultimo templare. Entriamo per farci un timbro sulla Credencial. Lui si intravede appena, ci dice dove è il timbro in modo abbastanza brusco, credo per farci andare via il prima possibile. Da li in avanti inizia la discesa, molto lunga, che porta a Molinaseca e quindi a Ponferrada. Per la prima volta arriviamo a destinazione prima delle cinque di pomeriggio! Ponferrada è una bellissima cittadina templare, con il castello ancora quasi completamente integro, che visitiamo. La sera ci rilassiamo a zonzo per il centro, il giorno seguente ci aspetta O Cebreiro. Questo nome, la cui origine leggo essere non proprio certa, evoca in me qualcosa di misterioso e allo stesso tempo di esotico, sin da quando avevo iniziato a leggere la guida, prima di partire. Nondimeno so che è la salita più dura del Camino. Si vedrà.

cruzdehierro

Partiamo da Ponferrada ristorati e riposati. Fino a Villafranca del Bierzo niente di particolare. Passiamo tanti paesini, quasi tutto su strada. In lontananza si vedono nubi molto scure e speriamo che svaniscano prima del nostro arrivo o che almeno siano dirette altrove. Finora il meteo ci è sempre stato amico, e non vorremmo cambiarne l’umore proprio il giorno della salita più dura. La strada attraversa una gola e proseguiamo seguendo il torrente. Inizia a piovere. Proseguiamo ancora per un po’ e quindi ci fermiamo per mangiare qualcosa in un Hostal. La pioggia non smette ma è sottile. E’ dal giorno della partenza a Roncisvalle che non la vedevamo. Dopo un minimo di esitazione per decidere se fermarsi o continuare usciamo e sfidiamo la salita sotto la pioggia, con calma. A Vega de Valcarce la strada inizia a impennarsi e poco dopo c’è il bivio, per chi vuole affrontare la pendenza su sentiero. Noi scegliamo naturalmente la strada,lasciando lo sterrato a chi è più matto di noi. Per circa 12 chilometri la salita e la pioggia continuano, senza interruzioni. Però è quasi piacevole perchè la pioggia è fine, la temperatura abbastanza mite e non ci sono auto. Si passa sotto e attraverso gli enormi piloni della superstrada, che corre sopra le nostre teste, e dove auto e camion sembrano quasi sospesi mentre attraversano il viadotto. Noi la montagna la aggiriamo, lentamente e dolcemente. Una volta in cima, a Laguna de Castilla, prendiamo a sinistra verso O Cebreiro. Smette di piovere ma manca ancora un po’, un’altra montagna va aggirata, anche se questa volta per poco e con poca pendenza, stando alla mappa. Noi però abbiamo nelle gambe tutta la salita precedente e non è facile. Gli ultimi chilometri sono su falsopiano, su una strada che si apre sull’altro versante dei monti e si affaccia sulla Galizia. Arriviamo lentamente fino al minuscolo paese di O Cebreiro col sole. Incrociamo l’ennesimo ciclista olandese solitario, a cui chiediamo di scattarci una foto. Il posto è molto intrigante. Ci sono diverse costruzioni in pietra con tetti in paglia, le tipiche case galleghe. Sembra più Irlanda che Spagna. Anche oggi siamo arrivati relativamente presto, ma scopriamo che non possiamo entrare nell’Albergue prima delle 7, per dare precedenza ad eventuali pellegrini a piedi che arriveranno in ritardo a causa del maltempo. Non abbiamo voglia di aspettare, non desideriamo altro che una doccia calda e toglierci di dosso la roba bagnata. Troviamo quindi una camera in un turismo rural e ci precipitiamo dentro.

cebreiro

Il mattino seguente ci svegliamo avvolti dalla nebbia. Visitiamo la piccola chiesa di O Cebreiro, molto suggestiva. E’ qui che sono state inventate le frecce gialle per indicare il Camino. Si narra infatti che il parroco di O Cebreiro, stanco di dover raccogliere pellegrini smarriti, decide di indicare la via con della vernice gialla presa dagli operai che stavano facendo lavori stradali. Prima di partire incontriamo di nuovo le due signore olandesi che ci fanno una gran festa; hanno passato la notte qui senza che ce ne rendessimo conto e ci chiedono un po’ preoccupate di Henry/Andrè, che anche loro hanno conosciuto e che nessuno di noi vede da un paio di giorni. Ci vestiamo con tutto quello che abbiamo ancora di asciutto e ripartiamo per affrontare la discesa. Dopo l’Alto de Poio, col suo monumento al pellegrino che guarda in direzione di Santiago, procediamo sul fianco della montagna e iniziamo a scendere. E’ lunga fino a Hospital de la Condesa, ma almeno in fondo c’è un clima più mite. Ci fermiamo in un piccolo supermercato per un po’ di spesa e ripartiamo. Da qui a Sarria ancora strada. Passiamo davanti al monastero di Samos, vorremmo fermarci ma sembra tutto chiuso. Nel frattempo mi accorgo che mi pizzica il braccio sinistro. E’ bello rosso con de bei puntini, ed essendo quello che è sempre stato rivolto a sud do la colpa al sole. Mi fermo in farmacia per avere conferma e la farmacista dice che anche secondo lei è il sole e mi da una crema al cortisone. Arriviamo a Sarria. Qui il Camino abbandona la strada principale e sale nella parte alta della città, e inizia,a mio parere, uno dei tratti più belli dell’intero percorso. Tra sterrato e piccole stradine delimitate da muri a secco passiamo innumerevoli paesini e gruppi di case, ciascuno col suo Albergue e bar. Tra uno e l’altro campagna e campi coltivati a non finire. E’ un percorso molto piacevole per le bici, dopo le salite dei giorni scorsi. A Portomarin, arrivo della tappa di oggi, il mio braccio non migliora anzi, il gomito sinistro è tutto rosso e gonfio. Decido di andare alla guardia medica ma è tardi e ormai è chiuso.

La dottoressa che mi visita il mattino seguente non ha dubbi: “Picadura, picadura, pulga!”. Io, a distanza di anni, non sono ancora convinto di avere preso le pulci nel turismo rural di O Cebreiro perchè sono stato in posti molto peggiori, ma tant’è. La cura consiste in uno spray antipulci per animali e un lavaggio completo di tutti gli indumenti e delle borse della bici, alla più alta temperatura possibile. Cerchiamo una lavanderia ma quella dell’albergue è chiusa e dovremmo aspettare che riapra. Mi devo arrangiare e tenere il prurito fino a sera. Ripartiamo così nella nebbia. Siamo negli ultimi 100 chilometri del Camino di Santiago, quelli sufficienti a prendere la Compostela, e da qui l’atmosfera cambia completamente. I camminatori solitari, impolverati e rossi per il sole vengono sostituiti da vere e proprie comitive di pedoni senza zaino o bagaglio alcuno, che occupano tutto il sentiero e fanno un gran fracasso. Sono seguiti dai pullman e a volte hanno delle guide che li aiutano a seguire i segni gialli. Ci sono anche dei ciclisti, ma hanno le borse e le bici linde. Le borse stesse sono piccolissime, non serve tanta roba da qui in poi. Mi ritornano in mente i due ciclisti italiani incontrati qualche giorno fa, sulle loro bici tecniche, con telecamera sul casco e senza borse. Le compagne li seguivano a distanza in auto. Ci mancano i veri pellegrini. Già facendo il Camino in bici e vedendo i camminatori lungo il percorso ci siamo sentiti noi un po’ in debito, ma vedendo tutta questa gente vestita perlopiù di bianco, che cammina senza fatica (una delle componenti fondamentali) e chiacchierando fa un certo effetto. Il pensiero corre al tedesco incontrato nell’albergue di Santo Domingo, durante uno dei primi giorni, che era dispiaciutissimo di non poter continuare per le piaghe che gli erano venute ai piedi, quasi gli veniva da piangere, e mi ricordo di essermi quasi sentito in colpa allora per il solo fatto di avere una bici. Iniziare il Camino da qui, dagli ultimi 100 chilometri, è un po’ barare, ma immagino che i “pellegrini di chiusura” (senza alcuna offesa naturalmente) contribuiscano a portare tanti soldi in più al Camino… Il percorso passa vicino alla strada, ma in alcuni tratti è così pieno di gente che sembra ci sia una manifestazione in corso. E allora procediamo su asfalto, tanto non fa molta differenza. Il percorso sembra facile e pianeggiante, ma è tutto “mangiaebevi”, come dicono i ciclisti. Un saliscendi continuo che spezza le gambe, già stanche dai chilometri fatti. Esce il sole quando ci fermiamo a Melide. Un signore abbarbicato sul suo sgabello all’entrata di un locale ci invita a entrare. Noi abbiamo fame e accettiamo. Mentre entriamo vediamo cosa si mangia e come viene preparata la specialità della casa, il pulpo gallego. Ci sono tantissimi polipi già lessati in un secchio, che vengono presi, tagliati e cotti su una grande piastra. Poi vengono messi su dei taglieri di legno (ce ne sono di diversa misura a seconda della porzione richiesta), riempiti d’olio e serviti. Buonissimo. Proseguendo, dalla strada scorgiamo di nuovo le due signore olandesi, che si sono fermate in un hotel con bar annesso, e che si stanno godendo un drink. Ci fermiamo e ci uniamo a loro. Non hanno alcuna fretta di arrivare a Santiago, vogliono godersi il finale. Hanno saputo che Henry è arrivato e che poi ha avuto non poche difficoltà a trovare un modo per rientrare in Belgio, forse in aereo. Continuiamo e ci fermiamo a soli venti chilometri da Santiago de Compostela, nel primo hostal che presenta l’insegna “lavadora y esicadora”!!

Ora che sono stato perdonato e mi sono pure depurato dalla pulga, direi che sono pronto all’arrivo. Ancora non ci sembra vero che ce l’abbiamo quasi fatta. Ci sembra impossibile essere riusciti a fare tutti quei chilometri in così pochi giorni. Troppo pochi. Purtroppo è sempre così quando si ha un tempo limitato per fare un viaggio, ma un’esperienza del genere, che non è solo un viaggio ma molto di più, andrebbe fatta a perdere, usando tutto il tempo che serve e il più lentamente possibile. Comunque possiamo e dobbiamo accontentarci. Dopo pochi chilometri nel nebbione gallego passiamo di fianco all’aeroporto e entriamo nella periferia di Santiago. C’è parecchia gente, soprattutto a piedi. Saliamo sull’Alto de Gozo, l’ultima salita, da cui si dovrebbe vedere anche la città. In realtà si vede ben poco perchè la nebbia è fitta.

Nel mezzo della gente rivediamo i nostri amici della Fuente del Vino e li salutiamo. Siamo in pratica stati compagni di viaggio dall’inizio alla fine. Mi capita spesso di ripensare ai personaggi di questa avventura e ai pochi momenti condivisi, sufficienti però per marchiare nella memoria i loro volti, i loro modi di fare e le loro pedalate. Le due signore olandesi sembra abbiano fatto il Camino in poltrona. Nessun segno di sconforto o fatica, indifferenti alle salite e al vento, e sempre col sorriso a portata di mano. I due spagnoli, padre e figlio, sono evidentemente degli sportivi, ma si vede che non sono fanatici dei chilometri o di arrivare prima degli altri. Sembrano essersi gustati il Camino con la dovuta ammirazione, umiltà e tranquillità. Henry ha un peso da portare fino a Santiago, e si vede. Anche il modo in cui pedala, nonostante anche lui sia attrezzatissimo con una bici simile a quella delle olandesi, non è fluido. Lui ha fatto questo viaggio per forza, non volendo. Deve solo arrivare alla meta e non può riposarsi troppo o ammirare il paesaggio, perchè il suo tempo è vitale per una persona cara. Non abbiamo mai saputo come sia finita la sua storia e quella di suo fratello. Ci siamo contattati in seguito per email per scambiarci qualche foto, ma non ho avuto il coraggio di chiedere.

Dall’Alto de Gozo non ci sono più problemi di perdersi. Il percorso è chiaro, un po’ seguiamo i pellegrini, un po’ i segni gialli e le conchiglie come al solito. Ci portano dentro la città che, essendo ancora abbastanza presto, non è del tutto sveglia. Entriamo infine nei vicoli della città vecchia che ci conducono fino alla meta, Praza do Obradoiro. Siamo felici e emozionatissimi. La sensazione è difficile da descrivere, ed è comunque un misto di felicità e tristezza. C’è tanta gente ma non tantissima come mi aspettavo. Tanti zaini, tanti bandana, tanti bastoni e tanti sorrisi. Appoggiamo le bici a un muretto e ci sediamo, proprio davanti alla facciata della cattedrale. Stiamo li parecchio, a osservare in silenzio, con tanti pensieri e immagini che scorrono. Fa uno strano effetto, quasi si ha paura ad avvicinarsi. Ci riprendiamo dal torpore e decidiamo di andare all’Oficina del Peregrino, per il ritiro della Compostela. Abbiamo sentito e letto che ci sono due versioni del famoso attestato che certifica che sono stati fatti gli ultimi cento chilometri fino a Santiago, a piedi o in bici. Una versione è per chi ha percorso il cammino per motivi spirituali o religiosi e una, sembra più scarna, per chi invece è stato mosso da altre motivazioni. La fila di persone è lunga e quando arriva il nostro turno presentiamo la nostra Credencial, orgogliosi di avere tutti i timbri da Roncisvalle, e dichiariamo spudoratamente che abbiamo percorso il Camino per motivi spirituali. Il premio è la Compostela con i nomi scritti in latino, formato deluxe.

Usciamo e ci ritroviamo un po’ spaesati. L’obiettivo fino a qui era chiaro: pedalare sempre verso Ovest. Ma ora cosa facciamo? Dobbiamo cominciare a preoccuparci del ritorno. Arriviamo in bici fino a Finisterre o no? Iniziamo a girare un po’ per Santiago e visitiamo diversi uffici informazioni, chiedendo come possiamo fare per tornare se non a Roncisvalle, almeno a Pamplona. L’autobus di linea per Pamplona termina il 31 Agosto, il treno che torna indietro passa per almeno sette cambi, su alcuni dei quali non è nemmeno garantito il trasporto bici, l’aereo è troppo caro prenotato all’ultimo momento. Ci rimane l’auto a noleggio. Andiamo agli uffici Europcar, ma è sabato pomeriggio ed è chiuso. Ne approfittiamo allora per cercare un posto dove dormire. Santiago è davvero deliziosa. Ci sono tanti vicoli che si incrociano, anche strettissimi, e in ognuno ci sono bar, ristoranti, locali e tanta gente di tutto il mondo. Troviamo una camera da Rapido, proprio in Rua do Franco, sopra l’omonimo ristorante, che ci da anche la possibilità di tenere le bici dentro, lungo il corridoio di ingresso. Usciamo di nuovo per girovagare un po’. C’è un’altra cosa che non vorremmo assolutamente perdere, il Botafumeiro. Riuscire ad assistere alla benedizione dei pellegrini è un terno al lotto, perchè non è dato sapere quando verrà fatta. Ci sono messe a ogni ora e ogni giorno, ma il Botafumeiro viene fatto solo a discrezione nonsisabenedichi. Chiediamo in qualche ufficio informazioni e nella chiesa stessa, finchè sentiamo uno degli inservienti all’ingresso che sta dicendo che ha sentito che la benedizione verrà fatta in giornata, alla messa delle 18. Non sappiamo se fidarci o meno ma ci andiamo lo stesso. La messa procede normalmente e il gigantesco incensiere è lì, appeso al soffitto. A un certo punto vediamo un gruppo di preti che si avvicina, comincia a sciogliere le corde e il contenitore viene riempito con una “pentola” da cui esce del fumo. I preti iniziano a tirare le corde e l’incensiere comincia a oscillare sopra le nostre teste, e va sempre più lontano lungo l’arcata. L’incenso si sparge e il fumo avvolge i presenti. E’ incredibile, un’emozione e uno spettacolo unici. Ci sentiamo anche noi, in qualche modo, benedetti. Usciamo inebriati dall’incenso e dall’atmosfera. Mentre vaghiamo per Santiago vedo un Internet Cafè, e mi viene in mente di prenotare l’auto online. Sembra funzionare, tra un paio di giorni possiamo iniziare il rientro. Un’ultima cosa, se vi capiterà di andare a Santiago, non perdete il Gato Negro. E’ un posto di altri tempi, una taverna dove l’oste ci serve su vecchi barili e tavolacci, senza tanti fronzoli. Empanadas con alici, prosciutto, pulpo ai ferri e vino rosso.

santiago

Il giorno dopo piove e lasciamo ogni rimasuglio di idea di arrivare a Finisterre (o Fisterra come dicono qui) in bici. Servirebbero almeno altri 2-3 giorni, e non abbiamo voglia di farli diventare una sofferenza. Lasciamo Rapido e ci avviamo verso la stazione dell’autobus per il piano B. Alla stazione c’è la possibilità di lasciare le bici e il grosso dei bagagli in deposito. Armeggiamo e perdiamo tempo con la chiusura dei lucchetti, facciamo il biglietto al volo perchè siamo in ritardo ma riusciamo lo stesso a partire verso l’oceano, in modo più comodo del solito. La bellezza di questo tratto di Galizia ci compare ancora una volta in modo inatteso. Paesini, coste alte e frastagliate, porti di pescatori, reti stese, colori e tanta luce, nonostante il tempo cupo. La radio dell’autobus in sottofondo, e le chiacchiere degli altri passeggeri, ci fanno capire che il gallego è una lingua molto diversa dallo spagnolo. Anche attraversando i vari paesini vediamo tante L nelle parole che eravamo abituati a vedere trasformate in R. Il ritmo è blando, non sembra ci sia molta fretta da queste parti. Incrociamo diverse costruzioni strane. Sono delle piccole case di pietra sopraelevate, sembrano delle tombe. Chiediamo e in realtà ci viene spiegato che sono Horreos, antichi depositi di grano, rialzati per proteggerli dagli animali, e ora non più in uso. Arriviamo a Finisterre, un paese marinaro col suo porticciolo chiuso in una piccola baia. Ci fermiamo un po’ a goderci il tepore del sole e la pace che regna sovrana. In paese non si vedono più pellegrini e c’è pochissima gente. Il faro, dove si trova il famoso Chilometro Zero, è un po’ fuori dal paese. Ci arriviamo a piedi passando ai bordi della strada, che sale e passa molto alta sull’oceano. Il faro si vede, quasi a strapiombo sulla scogliera. Passiamo la pietra miliare che segna la vera fine del Camino e ci avviciniamo. Di fianco al faro c’è un traliccio di ferro, con appese scarpe e ogni sorta di indumenti che dovrebbero sembrare romantici. La tradizione vorrebbe che, arrivati qui, i pellegrini brucino un capo di indumento che hanno portato lungo il Camino. Un cartello appeso al traliccio spiega che, a causa dei molti incendi che si sono sviluppati nella regione, le autorità hanno deciso di vietare questa pratica e, come alternativa allora, i pellegrini lasciano qualcosa appeso al pilone, sperando che produca lo stesso magico effetto. Torniamo al paese dove Catia esaudisce anche il suo sogno di fare il bagno nell’oceano, e nel pomeriggio riprendiamo l’autobus. Non torniamo a Santiago però, ma ci fermiamo a Muros, una dei paesi sulla strada in riva all’oceano. Qui è deserto, oramai la stagione turistica è finita, ma per noi non è un problema, anzi.

stradafinisterre

Torniamo a Santiago, recuperiamo le bici e le borse al deposito della stazione, e andiamo a prendere l’auto a noleggio che ci aspetta. Decidiamo di fare il viaggio di ritorno verso Pamplona passando da Nord. Passiamo Gijon, dove ci fermiamo per la notte, Santander, vicinissimi ai Picos de Europa, Bilbao e poi giù per Vitoria e infine Pamplona. Sulla strada incontriamo qualche pellegrino solitario a piedi. Il percorso del Camino del Norte, alternativo al classico Camino Frances, passa proprio da qui. Arrivati a Pamplona ci manca solo da ripercorrere la strada fatta in bici verso Roncisvalle, dove speriamo di ritrovare la nostra macchina. Lungo il percorso incrociamo tantissime bici di pellegrini che stanno appena iniziando il loro Camino. Che invidia…

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Ladakh

Ladakh

Diario di viaggio (di Lucio Magi, Gennaio 2008)

Una volta raggiunto il passo tutto si vede da una prospettiva diversa. La salita è stata durissima ma ce l’abbiamo fatta, è un’emozione veramente grande vedere la vallata dall’alto.
Credo che questo momento abbia rappresentato il vero punto di arrivo del nostro viaggio.
Abbiamo attraversato in verticale buona parte dell’India del Nord, in autobus e fuoristrada, scavalcando la parte occidentale della grande catena Himalayana e valicando passi di oltre 5000 metri.
Abbiamo risalito e costeggiato l’Indo per due settimane da Est a Ovest e siamo arrivati in prossimità del Karakorum, nella Nubra Valley, superando l’altissimo passo di Kardung-La, fino quasi ai confini col Pakistan.

L’emozione più grande è comunque qui, in cima allo Stok-La dove, dopo due giorni di cammino che hanno messo a dura prova la nostra volontà oltre che il nostro fisico, abbiamo finalmente trovato la nostra vera meta.

passo

Per me è sempre stato così, ogni viaggio ha il suo climax, il momento culmine, il massimo emotivo. A volte si conosce o si può intuire già prima di partire, altre invece (e sono naturalmente le più belle) si scopre strada facendo, inaspettatamente.
Forse in questo caso è stata la soddisfazione di avere raggiunto il valico solo con le nostre gambe, forse è la grandezza della natura che ci circonda. Le montagne attorno non finiscono più, da una parte scendono rapide fino alla minuscola e verdissima valle di Rumbak mentre dall’altra si fanno più aguzze, piene di guglie e creste.
Questo piccolo valico tra le montagne, in cui l’unico segno di vita è rappresentato dalle bandierine di preghiera tibetane e dai minuscoli stupa di pietra sparsi qua e la, è uno di quei posti dove ci si sente piccoli e grandi allo stesso tempo, uno di quei luoghi dove vale la pena essere stati.

passo

Siamo partiti molto presto ma Rumbak, il villaggio di quattro case dove abbiamo passato la notte, già era sveglio da parecchio e i pastori già avevano condotto le loro capre ai pascoli. La valle su cui è adagiato Rumbak è un miracolo, immersa com’è tra le montagne brulle è una vera e propria oasi. Il sole disegna i contorni degli edifici e le ombre sui pendii tutt’attorno.

rumbak

Abbiamo dormito qui, ospiti di una delle famiglie che fanno parte del circuito di Homestays del Ladakh che rendono la loro casa disponibile per i pochi viaggiatori che transitano da queste parti. Il villaggio è infatti raggiungibile solo in estate a piedi o a dorso d’asino, mentre d’inverno tutte le famiglie emigrano verso Leh lasciandolo deserto.
Ieri, dopo la prima giornata di cammino da Zinchen, durissima e senza fine, Rumbak ha rappresentato per noi la materializzazione di un miraggio.
Diversi problemi e contrattempi ci avevano quasi fatto desistere dal proseguire. I postumi della dissenteria, una caduta nel torrente gelido, il sole che stordisce e gli effetti dell’altitudine ci hanno quasi debilitato del tutto ieri. Oggi, al secondo giorno di cammino, le prospettive non erano certo migliori perché già sapevamo che ci aspettavano 1000 metri di dislivello per arrivare allo Stok-La, ma una nottata rigenerante, le provvidenziali cure dei nostri ospiti e il nostro morale sempre alto fanno si che oggi sia invece un buon giorno per continuare.
Passo dopo passo procediamo molto lentamente, l’altitudine ancora una volta si fa sentire e non è certo possibile forzare i tempi. Alla fine del primo tratto che segue la vallata ci troviamo davanti a un muro. Iniziamo a salire accompagnati da un altro piccolo gruppo di trekkers, ma non molto più avanti due di loro, dopo avere tentennato per un bel po’, non ce la fanno proprio a continuare e decidono di tornare indietro. Noi invece procediamo ormai quasi come teleguidati, cercando solo di mettere uno scarpone davanti all’altro, lentamente. Ci fermiamo quando serve e abbiamo la possibilità anche di godere di ciò che abbiamo attorno. Ogni passo è guadagnato con tanta fatica, ma è anche largamente ripagato.
E proprio così , passo dopo passo, raggiungiamo il nostro climax.

rumbak

E dire che il viaggio era iniziato in tutt’altra maniera.
Anziché con le montagne e l’aria tersa del Piccolo Tibet il nostro primo contatto indiano era stato con Delhi. Per chi non è mai stato in India consiglio vivamente di leggere il trafiletto della guida Lonely Planet “India del Nord” che parla proprio dell’arrivo a Delhi.
E’ tutto vero.
Il caos della città, le strade stracolme di vita e di ogni mezzo di trasporto immaginabile, l’umidità impossibile sono i primi a dare il benvenuto e a mettere a dura prova ogni visitatore.
Perdendosi tra i vicoli della Old Delhi si vede l’India vera, che meriterebbe sicuramente di essere approfondita. Il nostro obiettivo era però un altro, volevamo raggiungere la Terra dei Molti Passi, nella speranza di trovare un angolo ancora il più possibile intatto di Tibet, e ripartiamo.

Il percorso da Delhi a Leh è un viaggio dentro il viaggio.
Le 18 ore di autobus fino a Manali, su strada quasi normale, non sono niente, il bello arriva più avanti. Da Manali al Ladakh esiste infatti solo una strada (…), percorribile con autobus di linea o con uno dei tanti fuoristrada che fanno servizio di taxi fino a Leh.
Poco fuori Manali già si sale verso il primo dei tanti passi che si incontrano senza possibilità di scampo sul tragitto, il Rhotang. La strada è sterrata, melmosa e franante, causa il monsone che non risparmia nulla di quanto si trovi a sud dell’Himalaya. I tanti camion Tata coloratissimi e gli autobus la rendono ancor più pericolosa, e in molti periodi, anche in estate, è chiusa al traffico dei turisti. Noi siamo fortunati e possiamo proseguire.
Entriamo nella regione del Lahaul e ci troviamo proprio ai piedi della grande catena Himalayana.
Qui il camion che ci precede nel canyon ha la bella idea di fare retromarcia senza guardare chi c’è dietro (gli specchietti non esistono su quasi nessun veicolo in India o in Ladakh) e ci distrugge mezzo cofano, motorino di accensione e tubo dell’acqua.
Sperimentiamo così sulla nostra pelle le “complicate procedure” (risarcimento dei danni diretto e immediato mediante pagamento di quanto si ha in tasca…) che seguono un incidente stradale da queste parti. Siamo però a piedi, la macchina non va, e possiamo usare solo l’ingegno e i pochi attrezzi a disposizione per aggiustarla e farla procedere almeno fino a dove si potrà trovare un meccanico “serio”.
Abbiamo a disposizione il cric e due pietre per raddrizzare il cofano, il radiatore e il motorino, mentre rattoppiamo il tubo dell’acqua con del nastro adesivo. L’ingegno si aguzza molto in queste situazioni e ci riscopriamo inaspettati meccanici, si riparte!
Poco più avanti però ci dobbiamo fermare di nuovo perché il motore fa ancora rumore. Torna utile allora la corda, l’unica cosa oltre ai pochi soldi che aveva che ci ha lasciato il camionista che ci ha travolto. Leghiamo un capo al radiatore e l’altro a un albero e in retromarcia completiamo la riparazione. Riusciamo così finalmente a proseguire e, a parte solo un’altra sosta forzata per attendere che i militari facciano crollare con le mine un pezzo di roccia pericolante, valichiamo l’Himalaya dal passo Baralacha-La.

Il giorno successivo ci rendiamo anche conto di quanto siano lontani la modernità, il nostro mondo dei telefonini e sms senza senso, quando non troviamo ad aspettarci a Tso-Kar, come concordato, il nostro secondo autista con attrezzatura da campeggio, vivande e cuoco al seguito, che doveva essere arrivato da Leh. Possiamo solo aspettare visto che non c’è alcun modo di comunicare con nessun altro al mondo se non con i pochi turisti che campeggiano in prossimità del lago, ma la jeep non arriva. L’unica soluzione è quella di proseguire direttamente verso Leh, attraversando il secondo passo più alto al mondo raggiungibile in auto, il terribile Taglang-La, che ci provoca qualche problema per l’altitudine. Solo dopo tre giorni scopriremo che l’autista e il cuoco che stavamo aspettando avevano capito male il luogo dell’appuntamento e sono rimasti ad aspettarci tutto il tempo a Tso-Moriri finchè, finiti i viveri, sono tornati a Leh.

bus

Percorrendo queste strade non si può fare a meno di pensare all’immane lavoro fatto dai “Road Tamers”, i domatori di strade di Himank, colui che ha in pratica collegato l’estremo Nord dell’India al resto del mondo. Hanno costruito strade in ambienti a dir poco impossibili, strade in continua modifica e che richiedono manutenzione infinita. Ogni estate intere famiglie si spostano dal Nepal e dagli stati indiani più poveri come il Bihar per venire qua a scavare, spostare pietre e respirare polvere. E, forse nel tentativo di sdrammatizzare questo lavoro in condizioni proibitive o di scongiurare i tanti pericoli della strada, la BRO (la Border Road Organization) lascia sui cigli delle strade come segno distintivo tanti cartelli gialli con scritte come “LEFT IS RIGHT”, “LOVE YOUR NEIGHBOUR, BUT NOT WHILE DRIVING”, “IF YOU ARE MARRIED, DIVORCE SPEED”. .
L’organizzazione di Himank continua a lavorare instancabilmente, ogni anno vengono aperte nuove rotte e già si parla dell’inaugurazione della nuova strada che collegherà lo Zanskar con la Manali-Leh.

strada

Arrivati a Leh non ci si trova certo di fronte a un remoto angolo di Tibet ancora inesplorato, ma si è catapultati in mezzo a una cittadina ormai cosmopolita e meravigliosamente accogliente. Le vie del centro pullulano di guesthouse, ristorantini e mercatini ma la città rimane comunque molto piacevole, un campo base ideale per esplorare il resto del Ladakh.
Il nostro viaggio, pur essendo itinerante, ha avuto infatti in Leh il suo fulcro. Da qui siamo partiti e qui siamo sempre ritornati, e per questo abbiamo avuto modo di apprezzarne pienamente il clima tranquillo e la serenità.
Pur essendo il Ladakh una regione non grandissima, causa il limitato tempo a disposizione e la viabilità stradale che non permette di tenere oltre 30Km/h di velocità media, abbiamo dovuto fare delle scelte. Abbiamo deciso di non visitare tutta la parte occidentale e lo Zanskar, per dedicarci alla regione del Chang Tang, alla Nubra Valley e alla valle di Dha, oltre naturalmente a Leh e i monasteri buddhisti più importanti. Non ricordo sinceramente un luogo o un sito che non mi sia piaciuto, ma non voglio certo raccontare qui quello che si può trovare su ogni guida turistica o sito web che parli di Ladakh.
Ci sono però un paio di immagini che credo valga la pena descrivere.
Il panorama dallo Shanti Stupa o dalle terrazze di Shey per esempio, da dove si può ammirare la valle dell’Indo, verdissima, che viene inghiottita dalle montagne spoglie tutte attorno ed è delineata in maniera perfetta, come un’oasi nel deserto.

valle

Oppure il punto in cui i due maggiori fiumi del Ladakh si incontrano. Il torbido e chiassoso Zanskar lotta prepotentemente per unirsi con il calmo e limpido Indo e, anche se si può rimanere un po’ delusi quando si scopre che è il primo a vincere riuscendo a mutare da qui alla fine della sua corsa il carattere di uno dei più fiumi più importanti al mondo, lo spettacolo rimane davvero unico.

fiumi

Ognuno dei luoghi che si visitano, ogni monastero, ogni montagna, ogni villaggio ha una sua peculiarità, ma quello che impressiona di più il visitatore più attento è il senso di armonia e serenità che sembra circondare questo luogo incantato. Tutto sembra rinchiuso in una dimensione senza tempo, in cui è più facile pensare, stare con se stessi e riflettere su tutto.
Grazie a Jigmet, la nostra fantastica guida, siamo riusciti anche a entrare un po’ di più “dentro” il Ladakh e ad avvicinarci alla sua gente, che ci ha trasmesso la sua tranquillità, positività e allegria. I nostri tanti contrattempi e disavventure, piccoli e meno, sono sempre stati risolti nel migliore dei modi grazie soprattutto al loro senso di ospitalità e amicizia. Grazie a loro ci siamo sentiti a casa e abbiamo avuto la possibilità di vivere al meglio questa magnifica esperienza.
Credo che ognuno di noi abbia ricevuto davvero molto da questo viaggio . Qualcuno ha avuto il modo e la fortuna di ritrovare sensazioni in parte già vissute altrove, mentre qualcun altro ha scoperto invece emozioni e punti di vista del tutto nuovi. Qualunque cosa si sia trovata, sono sicuro che rimarrà comunque viva dentro di noi per molto molto tempo ancora….

Julè! Julè!

jigmet

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Norvegia in Moto

Capo Nord e i Fiordi Norvegesi in moto

Diario di viaggio (di Lucio Magi, Ottobre 2006)

Siamo in strada, diretti verso nord.
Ancora non abbiamo mai voluto accendere l’interfono e c’è parecchio tempo per pensare. Questa è una delle cose che mi piacciono di più dell’andare in moto, seguire la strada e avere il tempo contemporaneamente di seguire i propri pensieri.
Penso a come questo viaggio sia venuto un po’ per caso, senza pensarci troppo.
L’idea era già nata un po’ di tempo fa, ma finora ero stato sempre molto scettico al pensare di percorrere tanti chilometri.
Per quanto ami le due ruote non sono un purista della strada. La moto rappresenta per me un mezzo che mi permette di viaggiare in maniera diversa, è un altro punto di vista.
Avevo altri progetti di viaggio in mente per quest’anno, ma alla fine credo sia stata proprio la curiosità a farmi finalmente decidere, la possibilità di vivere da un angolo diverso un’avventura sulla strada, e non un’avventura qualsiasi ma quella che per tanti rappresenta IL viaggio.

Già dal secondo giorno credo di avere maledetto più volte questa mia curiosità….
Dieci ore di pioggia battente sul pur immacolato asfalto tedesco riescono a eliminare velocemente ogni intento poetico.
A questo punto di un viaggio così lungo si è ancora incerti sul da farsi. Frasi del tipo “se continua così, si devia per la Spagna” sono nei pensieri di ognuno di noi. Per fortuna però lasciamo la Germania col sole che ci accompagna sul traghetto verso Gedser, e che ci riporta tanta voglia di continuare.

Superiamo Copenaghen, attraversiamo il sud della Svezia e arriviamo a Stoccolma, dove abbiamo programmato la prima sosta “lunga”, sempre con il sole che ci segue.

stoccolma

Continuiamo poi lungo il golfo di Botnia, superiamo Umea e arriviamo nella parte settentrionale della Finlandia.
La strada che percorriamo in Lapponia è fantastica. Sole e temperature molto miti continuano ad accompagnarci attraverso boschi, laghi e innumerevoli specchi d’acqua.

Per strada incontriamo e incrociamo molti altri che come noi vanno o provengono dall’estremo Nord, con qualunque mezzo. I saluti tra motociclisti si sprecano, in alcuni tratti è impossibile tenere la mano sinistra sul manubrio.
In tanti viaggiano da soli, soprattutto Harley-sti, a volte stracolmi di borse e pacchi che la moto quasi non si distingue, inseguendo un mito.

Ci fermiamo a Inari. Siamo molto vicini alla Russia, si vede e non solo per i cartelli che indicano Murmansk. La gente qui sembra diversa rispetto alla Svezia o alla Danimarca, così come anche i suoni della loro lingua si staccano notevolmente da quelli degli altri popoli scandinavi. Si nota che tutto è meno ordinato e pulito, e ci si sente di essere in una terra più lontana, di frontiera.
Per certi aspetti il paesaggio assomiglia molto al Canada, mentre tante immagini mi ricordano la Mongolia settentrionale, e mi diverto a trovare similitudini tra la gente Sami e gli Tsaatan, gli Uomini Renna.
La mente scorre e si immagina che migliaia di anni fa sia avvenuta una “migrazione orizzontale” nel Nord del mondo, e cerca così di spiegarsi il perché in luoghi così lontani tra loro si trovino le stesse tende a cono rovesciato e come mai genti dalle stesse fattezze mongole si siano distribuite su tre continenti diversi.

lapponia

Superata Inari la frequenza con cui si incontrano centri abitati diminuisce notevolmente. Il paesaggio, mano a mano che si procede verso Nord, diventa sempre più brullo. La temperatura scende e cominciamo ad accusare un po’ il freddo, appollaiati sul sellino.
Poi a Lakselv ritroviamo il mare e seguiamo il gigantesco fiordo che ci porterà fino all’isola dove si trova Capo Nord. Me la immaginavo completamente diversa, devo dire. E’ di una bellezza selvaggia.
La Kirkeporten, le scogliere a picco sul mare, i villaggi di pescatori ne fanno un luogo fuori dal tempo e, come ogni volta che si visita un posto del genere, ci si chiede se sia possibile raggiungere un compromesso tra la frenesia a cui siamo abituati e la calma quasi surreale che si respira qui.

Abbiamo raggiunto il punto più lontano, in cima al mondo. La sensazione è strana.
Ci si chiede cosa porti tanta gente ad arrivare fin quassù, visto che non c’è nulla di veramente fantastico o di unico nell’isola. Ma vedere ciclisti che arrancano controvento con le bici cariche di pacchi fa certamente pensare, e si comprende allora che il vero mito è il viaggio stesso e non la destinazione, e che è tanto più grande quanto più è grande la difficoltà per raggiungerla.

nordkapp

A Capo Nord finisce anche il nostro primo viaggio.
Sono convinto infatti che questo che abbiamo fatto sia in realtà un doppio viaggio. Il primo è quello che ci ha portato fin qui, in una settimana, quasi di corsa.
Il secondo è quello che ci riporterà a casa nel doppio del tempo, attraverso i fiordi norvegesi.

Nonostante avessimo fatto un itinerario di massima, l’inesperienza specifica dei luoghi e delle distanze ci porteranno a modificare il percorso stabilito più volte.
Vorremmo arrivare a Tromso ma non ce la facciamo. Oltre alla distanza che si rivela molto più grande rispetto a quello stimata, anche un temporale ci rallenta, e ci fermiamo per la notte a Skibotn, un minuscolo villaggio davanti a enormi ghiacciai a picco sul mare.

Il mattino dopo ripartiamo e inizia l’ultimo tratto prima di arrivare alle isole Lofoten.
Queste isole sono entrate nella mia immaginazione quasi vent’anni fa quando, percorrendo un’altra parte della Norvegia in Interrail, avevo sentito parlare di una città chiamata Narvik, dove finiva la ferrovia e dove ci si poteva imbarcare per vedere le balene. Non ero riuscito ad andarci allora e mi sono sempre ripromesso che prima o poi ci sarei arrivato.
Purtroppo nemmeno questa volta riuscirò a vedere le balene, ma già dalle prime immagini che si svelano quando ci si imbarca sul brevissimo tratto di traghetto che da Melbu porta a Fiskeboll, si capisce che da solo questo arcipelago vale il viaggio fin quassù.
Davanti a noi ci sono tante montagne. Molti picchi e canali, nei punti meno esposti al sole, sono coperti di ghiaccio perenne. Sono montagne giovani, appuntite e frastagliate, assomigliano un po’ alle nostre Alpi. E sono immerse in un mare dal blu inverosimile, cristallino. Uno spettacolo unico.

a

Dopo tanta strada ci concediamo un paio di giorni a girovagare sulle isole. Sono tutte collegate da ponti e gallerie, le strade perfette, guidare è davvero un piacere.
Vediamo Nusfjord, Flakstad e Ramberg con le loro spiagge bianche, e A, il villaggio alla fine di questo mondo, situato sull’estrema punta meridionale dell’isola di Moskenesoy.
Sembra che il sole non voglia mai morire e approfittiamo di queste giornate lunghissime per vedere il più possibile. Non c’è tanta gente in giro. La stagione turistica sta finendo e questo ci permette ancora di più di gustare la serena routine di Kabelvag, il villaggio che abbiamo scelto come campo base.
Sono tre giorni tranquilli, in cui abbiamo modo finalmente di dedicare tempo e anche di perderlo. Il bungalow in cui pernottiamo è molto confortevole, in un campeggio avvolto nella natura, e la cena al pub, con partita a biliardo a seguire, diventa una piacevolissima consuetudine, ma purtroppo anche il nostro soggiorno qui deve finire.

cascata

La pioggia saluta la nostra partenza dalle Lofoten e continuiamo lentamente la nostra implacabile discesa verso sud, lungo la E6.
Da un paio di giorni fa abbastanza freddo. Attraversiamo il parco Saltfjellet-Svartisen sotto una leggera pioggia, che ci accompagnerà anche oltre il Circolo Polare Artico. Superiamo Mo I Rana e arriviamo a Trondheim.
La sensazione è strana. Dopo una settimana quasi in mezzo alla natura e poco altro il ritorno alla civiltà risulta bizzarro. Non è così immediato riabituarsi al traffico, alla gente che passeggia ai lati della strada o agli studenti che affollano i tanti locali di questa piacevolissima cittadina.

Abbiamo già tanti chilometri alle spalle ma la guida non pesa più di tanto. Pesa di più il continuo spostamento, il fare e disfare il bauletto e le valige, il togliere e mettere le tute antipioggia.
Ma ripartiamo.
Al risveglio Trondheim è immersa nella nebbia, le nuvole si sono incuneate all’interno del fiordo e non lasciano presagire nulla di buono. Appena usciamo dal muro che le trattiene e iniziamo a salire scompaiono, e il blu del cielo e i raggi del sole ci rinfrancano non poco. Arriviamo ad Andalsnes, e qui inizia uno dei tratti di strada più incredibili che abbia mai visto in vita mia.
Si inforca la deviazione per Trollstigen e la strada si incanala tra due pareti che, assieme alla valle che scorre al loro interno, sembrano il fondo di un enorme cucchiaio. Non sono diritte e scoscese ma, grazie all’azione dei ghiacci, tondeggianti e accompagnano lo sguardo fino alla cima dolcemente. Poi, davanti a noi, un muro ci sbarra la strada. A sinistra e a destra abbiamo due cascate, in cima alle montagne ancora ghiaccio e davanti iniziamo a vedere i veicoli che lentissimamente si arrampicano lungo la parete. Iniziamo anche noi a salire lungo i tornanti. La moto è carica, pesante, e le curve sono talmente strette che quasi ci si deve fermare per poter girare. Tanto per complicare le cose ogni volta che si incrocia una macchina o, peggio ancora, un pullman è quasi un dramma.
Solo una volta arrivati in cima si riesce a capire cosa si è attraversato.

trolls

Un percorso dalla geometria disordinata e asimmetrica, eppur a suo modo perfetta, che farebbe felice anche Ultimo Parri, il sognatore di strade protagonista di “Questa storia”.

Scendiamo, attraversiamo lo Storfjorden e risaliamo ancora, ammirando dall’alto Geiranger, incuneata nel fiordo dallo stesso nome. L’acqua qui è di un blu intenso e puro, e osservando le innumerevoli cascate che la riversano direttamente dai ghiacciai non potrebbe essere altrimenti.

Salendo ancora ci ritroviamo su un altopiano. La luce soffusa rende i colori del ghiaccio, dell’acqua e della terra, che si mescolano tra loro, ancora più belli. Ancora una volta sembra un po’ di dover fuggire per arrivare a Lom, la nostra meta, e attraversiamo purtroppo anche questo paesaggio, indescrivibile né a parole né a immagini, senza poterlo gustare al meglio e con la dovuta calma.

Lom è la porta per il parco dello Jotunheimen, che meriterebbe da solo un altro viaggio a parte.
Dalla strada che porta verso Skjolden, bellissima, deviamo seguendo le indicazioni per il Galdhoppigen, una delle montagne più alte di tutta la penisola Scandinava.
La strada comincia subito a salire ed è solo inizialmente asfaltata. Poi diventa sterrata e continua ad inerpicarsi in mezzo alla boscaglia. A un certo punto si esce allo scoperto e ci si sente in balia della natura. Si emerge dalle nuvole e si vedono montagne ovunque, percorrendo una pista senza protezioni, sotto il vento. La strada finisce proprio sotto il ghiacciaio, dove un laghetto trasporta in superficie piccoli iceberg staccatisi dalla massa di neve congelata.

ice

Vediamo gruppi di escursionisti partire dal rifugio che si trova di fianco al lago per risalire il sentiero che porta alla sommità della montagna ma purtroppo questa volta, in veste di motociclisti, possiamo solo seguirli con lo sguardo e invidiarli, finché non vengono inghiottiti dalla nebbia.

Ritorniamo sulla strada principale e continuiamo lungo il nostro percorso.
Attraversiamo il Sognefjord, passiamo Voss e da li arriviamo a Bergen.
La città si trova in una posizione invidiabile, incastonata tra il le montagne e il mare, e ci ospiterà per un paio di giorni.
L’ambiente è molto piacevole, ma alcuni dettagli la rendono un po’ troppo turistica. Il quartiere del porto e il Bryggen sono davvero incantevoli, un po’ meno gli imbonitori italiani al mercato del pesce.

bergen

Saliamo sul monte Floyen con la funicolare e torniamo in città a piedi. Ci si rende conto così che il monte stesso fa parte della città, con alcuni quartieri costruiti direttamente sulla fiancata e con le vie che a volte terminano dove iniziano i sentieri.

Usciti da Bergen ci dirigiamo verso Stavanger, da dove ci imbarchiamo poi per Tau.
Abbiamo deciso infatti di cambiare itinerario. Per evitare tanto asfalto “inutile” che, una volta raggiunta Oslo, ci riporterebbe giù fino a Malmoe per riprendere la stessa via dell’andata, decidiamo di continuare verso Sud. La meta è Jorpeland, per vedere la famosa Roccia del Pulpito, il Preikestolen.
Qui ho la dimostrazione ancora una volta di come le aspettative tradiscano spesso la realtà.
Vista la fama del sito mi immaginavo il solito parco con attorno alberghi e strutture turistiche per ospitare i tanti visitatori. Invece troviamo un paesino addormentato, pare quasi che non ci abiti nessuno. Anche all’ingresso del parco c’è solo il parcheggio dove si lasciano i veicoli e dove ha inizio il sentiero che porta in cima alla parete del Lysefjorden, oltre a un albergo e poco altro.

preikenstolen

Da Jorpeland continuiamo verso Kristiansand, attraverso la fantastica strada costiera che da Egersund porta fino a Flekkefjord. Abbiamo fretta, visto che abbiamo prenotato il traghetto. Ci imbarchiamo per la Danimarca e capiamo che, quasi senza rendercene nemmeno conto, siamo praticamente arrivati alla fine del viaggio. Fra pochissimi giorni saremo a casa.

Tornando verso casa ancora una volta l’interfono si spegne (questa volta forzatamente causa un filo rotto..) e si torna a pensare. Si ripensa a tutto quello che si è visto, e a tutto quello che invece ci è passato soltanto davanti. Tante immagini scorrono, forse troppe, molte sono ancora offuscate o solo accennate.
Serve un po’ di tempo per capire, ma l’unica certezza è che non c’è la minima voglia di tornare a casa, e penso che a questo punto avrei potuto ancora continuare a guidare all’infinito, pur di rimanere in viaggio.

gedser

C’è però qualcosa che non mi torna e che continua a ronzarmi in testa.
Sono forse incontentabile, questo che abbiamo fatto è un viaggio meraviglioso che per molti rappresenta il sogno di una vita, ma penso che mi è mancato un po’ il contatto autentico con i luoghi che abbiamo visitato, e soprattutto con la gente. Sarebbe servito forse il doppio del tempo per potere apprezzare al meglio un itinerario così lungo. Rimane comunque tanta voglia di tornare, di visitare più a fondo i fiordi della Norvegia Meridionale per perdersi a passeggiare in uno dei tanti villaggi di pescatori, di campeggiare nello Jotunheimen magari portandosi dietro una mountain bike, di girovagare magari in canoa su uno dei laghi della Lapponia.
E rimane la voglia di….magari chissà, forse un giorno riuscirò a vedere anche le balene…

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Mongolia

Mongolia

Diario di viaggio (di Lucio Magi, Settembre 2005)

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Siamo quasi arrivati. Abbiamo ritrovato la strada asfaltata solo da poco piú di mezz’ora e con lei le prime tracce di “civiltá”. I segnali stradali, i cartelloni pubblicitari scritti un po’in inglese e un po’ in cirillico stanno ad indicare che ci siamo.
L’asfalto porta il nostro van quattro-per-quattro su una piccola collina, un valico ridicolo rispetto a quelli a cui ci siamo abituati negli ultimi tempi.
Ormai me lo aspetto, ce lo aspettiamo tutti. Appena giunti sulla sommitá è come se qualcosa finisse, guardo dall’altra parte del crinale e mi prende un groppo in gola. È come un colpo allo stomaco la visione delle ciminiere di Ulaan Baatar, che per un attimo ti lascia quasi senza fiato.
Questo è il momento in cui ci si rende veramente conto di cosa rappresenta questo viaggio.

Entrando in cittá per la prima volta dopo settimane vediamo un semaforo e siamo costretti a fermarci perché ci sono altri veicoli, troppi, che devono anche loro usare la strada.
La strada.
È la stessa che è stata la nostra fedele compagna di viaggio e che ci ha portato benevolmente attraverso montagne, steppe e deserto, ma qui è come se avesse perduto la sua autenticitá, la sua essenza di strada.

La strada serve per portarti da un luogo all’altro, sterrata e polverosa. Sull’altopiano mongolo, fuori dalla capitale, si divide e si ricongiunge continuamente e ti da ancora il gusto (e qualche volta il brivido) di perderti.
Nelle steppe e nel deserto forma infiniti percorsi, tante piste formate dai solchi delle ruote dei fuoristrada che certe volte sembrano i binari all’ingresso di una grande stazione. Su quei binari ci siamo spostati per le ultime settimane e non ritrovarli piú è quasi, per assurdo, disorientante.

Siamo arrivati in hotel stanchi e completamente coperti di polvere, ma finalmente consapevoli di avere fatto un’esperienza indimenticabile.
Ecco, il rientro è senza dubbio il momento piú intenso. Senza il rientro non si riesce a gustare appieno il significato di nessun viaggio, ma questo è stato per me un rientro diverso, che mi ha tolto la voglia di parlare per diverse ore. Non mi era mai successo.

Il viaggio era iniziato circa tre settimane prima, dallo stesso punto.
Appena usciti dalla capitale, una cittá piú grande ma come le altre in Mongolia troppo ordinata, con troppe linee rette, giá si capiva che si sarebbe entrati in un’altra dimensione.
Il paesaggio a prima vista non aveva niente di originale, almeno per chi ha giá visitato altri paesi cosí sconfinati.
Una grande pianura che diventa improvvisamente collina e poi montagna, per poi tornare pianura. Per giorni e giorni è come viaggiare su un gigantesco ottovolante.

Si attraversano immense foreste di conifere, fiumi prosciugati e si valicano passi di montagna.
I laghi del nord poi sono uno spettacolo da non perdere. Nel Khogsvul l’acqua é cosí cristallina che cambia colore a seconda della profonditá.

A un certo punto si inverte direzione e si punta a sud. Dopo avere attraversato la steppa per diversi giorni, si punta verso Karakorum, l’antica capitale dell’impero di Gengis Khan, e quindi ancora piú a sud, fino a incontrare il Gobi.

Qui vengono a mancare anche gli unici riferimenti, i profili delle montagne, e ci si sente spiazzati. In alcuni momenti si è isolati, alla deriva, in altri si crede quasi di potere scorgere la curvatura terrestre o di poter toccare il cielo.
Si è giá detto e scritto tanto sul famoso cielo blu della Mongolia, sulla sua immensitá, sul suo colore che sembra innaturale e sulle sue nuvole che giocano a proiettare ombre ovunque.

Questo cielo deve essere piú vicino alla terra degli altri, non trovo altra spiegazione. Di notte poi la sensazione è ancora piú forte, è come se quasi si potesse avvertirne il peso. Un’infinitá di stelle si accendono e la Via Lattea si mostra inconfondibile, sembra che possano caderti addosso da un momento all’altro.

cielo

Poi mentre si macinano chilometri su chilometri, quando ormai l’occhio si é abituato a mettere a fuoco solo punti lontanissimi e ci si é adattati a questa dimensione un po’magica, quasi per incanto nel dormiveglia si scorge una Ger o una mandria di yak e il sogno si interrompe, ci si rende conto che é tutto vero.

Viaggiare on the road sull’altopiano mongolo é un po’come assistere a uno spettacolo in teatro con lunghissimi intervalli tra una scena e l’altra. Vengono cambiati alcuni pannelli della scenografia, ma il palcoscenico resto lo stesso per giorni e giorni.
Su di esso si susseguono di volta in volta vari personaggi: cavalieri solitari, pastori in motocicletta che radunano le mandrie, monaci buddisti vestiti dei loro colori, e bambini che corrono ai lati delle strade polverose per vendere l’Airag.
I bambini qui non sono ancora abituati ai turisti, non chiedono mai niente.
Si avvicinano timidamente solo se chiamati, e ricevono ogni piccolo regalo in silenzio, porgendo entrambe le mani a palmi in su, come se fosse un tesoro preziosissimo.

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monaci

Questa gente è cosí, semplice e genuina. Ma è soprattutto gente libera, abituata a rispettare la terra e non a possederla.
È gente che è abituata all’infinito e al silenzio.
A Hongoriin Els, nel Gobi, scalando le dune di sabbia, ho provato una sensazione nuova che invece per i nomadi deve rappresentare la normalitá. Stavo camminando da solo, in un avvallamento tra le dune a qualche decina di metri dagli altri e mi sono fermato. Non c’era un filo di vento e per la prima volta in vita mia ho ascoltato il silenzio, un silenzio credo molto vicino a quello assoluto.

La Mongolia è tutto questo, è una terra schietta e ancora vergine al turismo, dove per viaggiare occorre avere spirito di adattamento e pazienza.
È un paese (per fortuna) non ancora pronto ad accogliere autobus carichi di visitatori e che per questo va vissuto lentamente e attentamente, lasciandosi trasportare chilometro dopo chilometro, assaporando le sensazioni, le immagini e la musica che ti sa regalare quando meno te lo aspetti.

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Mali

Mali

Diario di viaggio (di Lucio Magi, Gennaio 2004)

La mia prima volta in Africa ha lasciato il segno.
Mi ritrovo quasi per inerzia ad ascoltare “Talking Timbuktu”, il CD piú famoso di Ali Farka, e ripenso al viaggio fantastico terminato poco più di una settimana fa.
Una delle cose che più mi hanno colpito del Mali é stata l’intensità con cui si percepiscono i suoni, i sapori e i colori.

I rumori dell’Africa sono qualcosa che non si dimentica.
Una notte, nel villaggio Dogon di Banani, dopo avere sistemato la tenda sul tetto piatto di una delle case di fango, tutto era tranquillo. Dopo una giornata di cammino alla base della falesia si sentivano solo i padroni di casa preparare la cena e i ragazzi che ancora cercavano di vendere qualche maschera ai pochi turisti presenti. Improvvisamente dopo il tramonto, siamo stati sommersi dalle voci e dalle percussioni che accompagnavano una veglia funebre nella parte alta del villaggio. Il ritmo dei tamburi e la nenia dei canti ci hanno accompagnato per tutta la notte e credo che, anche se probabilmente a qualcuno hanno rovinato il sonno, non poteva esserci modo migliore per passare l’ultima notte nella terra Dogon.

pallone

La musica dell’Africa, che tanto amo da sempre, dal vivo é ancora più bella.
Una sera ci siamo ritrovati a cenare in uno dei ristoranti sul Niger, a Mopti. Il locale era stato scelto quasi per caso, senza una particolare ragione, ma ancora una volta la buona sorte ci ha premiati. Il patio ha cominciato ad animarsi e a riempirsi di gente del posto che si riuniva per una festa attorno a un lunghissimo tavolo. Tutti gli invitati sfoggiavano i loro vestiti più belli, e si mescolavano ai saccopelisti con cappellini di lana peruviani e agli altri turisti tirati a lucido nei loro vestiti da “safari”. Poi é arrivata una band che ha cominciato a suonare musica dal vivo e dire che era travolgente non credo basti a rendere l’idea. Non riuscivo più a staccarmi dalla base della scala a cui mi ero appoggiato dopo la cena per ascoltare e cercare di seguire il ritmo. Bellissimo.

mercato

Che dire del profumo delle spezie nei mercati, dei succhi dolciastri che spesso accompagnavano i nostri pasti e anche degli odori meno gradevoli per noi europei, come quello del pesce lasciato ad essiccare nei villaggi dei pescatori e nei porti sul Niger. Sono entrati a far parte dei nostri ricordi senza che nemmeno ce ne siamo resi conto, senza chiederci il permesso.

Credo però che niente mi rimarrà impresso come i colori di questa terra. Tutto é avvolto durante il giorno in una luce intensa, quasi accecante, e solo la mattina presto o al tramonto si riescono a gustare le tonalità nel loro vero splendore. Ma il fatto é che, anche se nascosti, i colori sono sempre presenti, é impossibile non accorgersene. Il rosso della terra della savana in mezzo ai giganteschi baobab, paesaggio che tanto mi ha ricordato il bush australiano, si mescola a tratti col colore del deserto che avanza inesorabile. Anche la polvere é presente ovunque con la sua tinta quasi neutra, quasi fosse messa li apposta per aiutare la luce a frenare l’esplosione degli altri colori.
I vestiti delle donne, i secchi di plastica multicolore portati in equilibrio sulla testa, i turbanti blu dei Tuareg, l’arcobaleno del mercato di Djenne e del porto di Mopti sono immagini che ripagano da sole delle fatiche del viaggio.
Mi piace pensare che la gente voglia combattere le tante difficoltà e i problemi che questa terra presenta anche aiutandosi coi colori. C’é in Mali un’allegria, una cordialità e una semplicità che mi hanno colpito profondamente. Ovunque siamo stati, da Bamako ai villaggi dei pescatori nomadi sul Niger, non ci é mai stato negato un sorriso o un gesto di saluto.
Credo che questo viaggio non sia solo un modo per conoscere un pò di più culture affascinanti e ammirare da vicino paesaggi che ti lasciano senza respiro. Non é solo un’opportunità per dare un piccolo contributo ai progetti che vengono così coraggiosamente iniziati e portati avanti dai volontari locali tra mille asperità. Questo viaggio per me ha rappresentato soprattutto un modo per confrontarsi con questo popolo fantastico e per scoprire quanto in realtà abbiamo da imparare gli uni dagli altri.

Il mal d’Africa é già qui….

Il Sotramà (di Lucio Magi, Gennaio 2004)

Una delle esperienze da non perdere nella capitale del Mali é sicuramente quella di una corsa in Sotramá.

Io e Ada, assieme al più “esperto” Michele, ci siamo capitati quasi per caso, dopo che per sbaglio erano stati chiamati due taxi anziché tre, e ci serviva per raggiungere il resto del gruppo al mercato dell’artigianato.

Il Sotramá é il nome con cui sono conosciuti i furgoni-taxi collettivi che in pratica fungono da autobus nell’area urbana di Bamako. La descrizione del mezzo di trasporto in sé, un furgone colorato di verde spesso dalla dubbia capacità motoria, meriterebbe un capitolo a parte, ma quello che ripaga ampiamente del prezzo del biglietto é il servizio offerto.

Appena saliti eravamo gli unici tre passeggeri. L’uomo-porta, equivalente più o meno al nostro controllore, ci ha fatti entrare proferendo poche parole incomprensibili in dialetto Bambara. L’uomo-porta, come dice il termine stesso, fa le veci della porta del furgone che, al pari dei vetri dei finestrini, é inesistente. L’uomo-porta fa uso del suo corpo per evitare che i passeggeri salgano e scendano dal furgone senza avere pagato il biglietto. Oltre a questo l’uomo-porta funge anche da “buttadentro”. Per tutta la durata del viaggio ha il compito di urlare ai pedoni la direzione e il nome del capolinea, sperando che salgano più persone possibile. C’é infatti una concorrenza spietata tra i veicoli, che si susseguono a distanza ravvicinatissima quasi speronandosi, e non é raro vedere due uomini-porta azzuffarsi per accaparrarsi potenziali clienti.

A mano a mano che avanzava lento sulla strada, il furgone ha cominciato a riempirsi e poi, quasi pieno, si é lanciato improvvisamente all’impazzata in discesa su una delle tante strade non asfaltate e piene di buche. Riuscire a rimanere seduti senza sbattere la testa sul tettuccio o senza volare in avanti sulle braccia di un altro passeggero é un’impresa che richiede l’utilizzo di entrambe le mani. Una mano serve infatti per fissarsi alla panca di legno su cui si é seduti, mentre l’altra va usata per mantenersi diritti stringendo una delle sbarre di metallo che scorrono lungo il tetto. Quando in queste condizioni una delle donne sedute ha cominciato ad allattare, mi sono sentito veramente un povero turista lontano da casa.

La gente nel frattempo continuava a scendere e salire, a volte portando a bordo enormi sacchi che per forza di cose dovevano essere sistemati sotto i piedi. A un certo punto (posso giurare che non c’era più posto nel furgone), l’uomo-porta, che in realtà é un ragazzino di 12-13 anni, dall’alto della sua esperienza é riuscito a fare sistemare altre due persone, costringendo quelle già dentro a stringersi fino all’inverosimile. O almeno così credevo perché un minuto dopo l’uomo-porta, sfidando l’ira di noi passeggeri, é riuscito a ricavare ancora spazio per un’ultima persona. Per fortuna poco dopo é arrivata la nostra fermata ma come si può immaginare facilmente, l’uscita da Sotramá non é un’operazione priva di difficoltà. Piegandosi a 90 gradi per non sbattere la testa, cercando allo stesso tempo di non passare sopra i piedi degli altri passeggeri e i sacchi, e per di più col terrore che il mezzo ripartisse prima che potessimo farcela, siamo finalmente riusciti a scendere.

Anche questo fa parte del bello di questo paese..

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