Giovanni Sante il Taumaturgo

GIOVANNI SANTE BRANCORSINI IL TAUMATURGO, OVVERO IL BEATO SANTE

Il Santuario del Beato Sante è conosciuto da tutti gli abitanti della provincia di Pesaro e Urbino e non solo. Ricordo quando ero bambino che alcune domeniche, o nei giorni festivi come il primo di maggio, mio nonno “Bertino” organizzava dei pic-nic, era bellissimo andare in quel bosco con tavolini e seggiole portatili e tutti insieme pranzare li! Ricordo quel bottiglione di vino rosso di cui ancora ne ignoravo gli aromi.

Al Santuario del Beato Sante poi ci sono tornato spesso da adulto, per delle merende più che motivi religiosi, e sebbene qualche visita al Santuario l’abbia fatta, nulla sapevo su chi fosse il Beato Sante.

Il colle su cui è situato il santuario, dista da Pesaro circa 15Km, esso sovrasta Monte Giano e fa parte del comune di Mombaroccio, da cui dista un paio di chilometri.

Il primo convento, associato ad una chiesetta preesistente, chiamata Santa Maria di Scotaneto, fu fondato nel 1223, pare a seguito di richieste degli abitanti di Mombaroccio e Montegiano a San Francesco di avere una comunità di frati Francescani.

Nel 1343 a Monte Fabbri (Urbino) nacque Giovanni Sante Brancorsini, figlio di Domenico ed Eleonora Ruggeri.

Era di famiglia nobile e per lui era stata prevista una carriera giuridico-militare, alla quale egli non si volle rassegnare, seguendo invece il suo spirito contemplativo.

Una sera di primavera quando Giansante aveva circa 20 anni, come tante altre sere stava con i suoi amici sulle mura di Monte Fabbri e per far da paciere in una lite fra due amici, richiamò il suo migliore amico. L’amico però interpretò questa presa di posizione come un complotto e si adirò con Giansante, che fuggì dirigendosi verso casa. L’amico però sfoderò la sua spada e volle a tutti i costi affrontare Giansante, che nel combattimento ferì alla coscia sinistra l’amico tanto amato, che morì pochi giorni dopo.

Dopo qualche giorno di meditazione, Giansante decise di andare presso l’eremo di Santa Maria di Scotaneto per entrare a far parte dei Frati minori. Il suo desiderio era quello di espiare la colpa di aver ucciso il suo miglior amico e dopo un periodo di prova fu accolto e prese i voti, ma non il intraprese il sacerdozio, dedicandosi così a vita umile. Egli voleva essere il minore dei minori, tanto che Giansante, il futuro Beato Sante, si occupava della cucina, tagliava la legna nel bosco, spesso andava nella vicina Mombaroccio a chiedere l’elemosina e racimolare del pane da portare al convento. I viaggi del Beato Sante accompagnato dal suo asinello che portava le sacche ricordavano molto il Santo fondatore dei francescani; così come anche altri aspetti della sua vita. Il Beato Sante scelse di vivere in totale povertà, spesso si nutriva di sole erbe.

Viveva momenti di estasi, in particolare in seguito all’eucarestia, quando compariva una luce intensa. A volte si flagellava e diceva che bisognava colpire più parti del corpo e non sempre la stessa, perché Gesù fu colpito in tutto il corpo.

Il Beato Sante invocava Dio di fargli patire la stessa pena di cui morì il suo grande amico, fu così che gli vennero le stigmate, esattamente una ferita nella coscia sinistra. Spesso i dolori erano così lancinanti che non riusciva a camminare.

Si racconta che gli animali e le piante obbedivano al beato Sante! Basti ricordare la quercia che produceva le ghiande con il segno della croce.

Oggi nel luogo in cui si trovava la quercia santa c’è una lapide che la ricorda.

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Lapide nel luogo in cui visse per diversi secoli la Quercia Santa

Altro episodio che merita di essere ricordato è quello delle ciliegie. Durante la sua ultima notte, notte molto sofferta, i fratelli che lo curavano gli chiesero che cosa desiderasse mangiare, lui chiese delle ciliegie. Anche se era pieno inverno, ordinò ai suoi confratelli di uscire a prendere delle ciliegie e così fu fatto. Trenta ossi di ciliegia infatti sono stati messi nella sua tomba insieme a degli unguenti che usava per curarsi le piaghe ed altri oggetti.

Un mattino il futuro Beato trovò l’asinello che usava per trasportare le sacche o la legna, ucciso da un lupo. Il lupo era ancora nei paraggi, gironzolava nella selva, così Giansante ordinò al lupo di svolgere il lavoro che prima svolgeva l’asino, e la bestia divenne il compagno che portava la legna o le sacche.

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Scultura in legno in cui è rappresentato il Beato Sante con la croce in una mano, il sole nel petto (simbolo del miracolo dell’eucarestia) e il lupo

 

Naturalmente il Beato Sante compì anche dei miracoli di guarigione di diversi ammalati.

Nel 1394 la ferita si aggravò fino a portarlo alla morte, si narra che lui stesso aveva previsto che sarebbe morto dopo 15 giorni.

Diversi furono i prodigi anche dopo la morte. Il primo fu la prima fiaccola che lui stesso accese nel cielo sopra il campanile del convento, proprio nel momento in cui spirò.

Ci furono diverse discussioni su dove seppellire il corpo di Giovanni Sante, se in una fossa comune oppure se dovesse essere posto in una tomba individuale come usava per i santi. Fu un giglio nato in inverno dal cuore di Giovanni Sante a testimoniare con la sua presenza e il suo profumo dove e come doveva essere trattato il corpo del futuro Santo.

Fu nel 1423 che il convento fu intitolato al Beato Sante, così come oggi tutti noi lo conosciamo, e vediamo indicato dagli appositi cartelli marroni.

Nel 1700 il convento fu rimaneggiato totalmente ed oggi non sappiamo più nulla o molto poco di che cosa rimane della parte originaria. E’ possibile che il frate che vive nella cella appartenuta al Beato Sante neanche lo sappia.

Così come non sappiamo più nulla della tomba del Beato Sante ed il suo corpo.

Un mistero. Sembra quasi che come la sua vita sia avvolta dal mistero così sia, e resterà, anche la sua scomparsa, come a sancire un mistero senza possibilità di soluzione.

 

Luca Bragina   Maggio 2016

Il Mago della Carda

Percorrendo i magnifici sentieri del versante occidentale del Monte Nerone, passando per il Rio Vitoschio, il fosso del Mulino, Ca Rossara e il Monte Cardamagna, sono sempre rimasto incuriosito e affascinato dalla Carda. Tante volte mi sono chiesto per esempio se quel nome, distribuito su un’area piuttosto estesa prima e dopo il valico di Pian di Trebbio, avesse avuto origine dal corso d’acqua, dalla montagna o dalla famiglia che fu padrona di queste terre e del loro antico castello. Il toponimo in realtà, come afferma Luigi Michelini Tocci, a cui si devono tante pubblicazioni di storia locale, deriva molto probabilmente da una delle piante qui più diffuse, il cardo. La Carda è invece il nome dato alla zona compresa principalmente tra due creste montuose facilmente riconoscibili, quella più alta del monte Cardamagna (o Carda Maia) che arriva a oltre 900 metri e fa quasi da bastione difensivo al massiccio del Nerone, e quella detta della Cardaccia (più bassa di circa 200 metri) che ospitava l’antico castello. Davanti alle creste, oltre la strada che collega Apecchio e Piobbico con Pian di Trebbio, la Carda è chiaramente delimitata dai rilievi della Serra della Stretta, sul cui versante opposto si trova la località di Acquapartita.

Il Castello della Carda era situato proprio sopra il fosso del Mulino e San Cristoforo di Carda, ma purtroppo di esso rimangono ormai solo poche rovine . Appartenne ai Brancaleoni di Piobbico dal XII secolo (anche se fu probabilmente edificato molto prima), divenne in seguito proprietà del vescovo di Città di Castello e alla fine del XIII secolo fu ceduto al famoso Ottaviano Degli Ubaldini, quel cardinale che fu dannato nel cerchio degli epicurei dell’Inferno di Dante assieme all’Imperatore Federico II, di cui sembra si fosse autoproclamato sostenitore. La famiglia Ubaldini era considerata eretica perché di parte Ghibellina, e ciò era sufficiente al tempo per rendere il Cardinale degno delle fiamme dell’Inferno, anche se i fatti storici farebbero pensare il contrario visto che pare fosse proprio lui a condurre l’esercito Guelfo di Bologna contro le forze dell’Imperatore e che fu incaricato dal Papa stesso a riconquistare le terre pontificie della pianura padana. In ogni caso Ottaviano fu forse il primo famoso rappresentante della famiglia che in seguitò dominò la zona di Apecchio, gli Ubaldini, che erano originari del Mugello e che attraverso guerre e alleanze arrivarono ad espandersi fino alla Provincia di Pesaro e Urbino. Il Cardinale Ubaldini donò in seguito il castello della Carda al pronipote Tano, che sembra sia stato quindi il capostipite del ramo locale della famiglia, gli Ubaldini della Carda.

Dalla Carda la famiglia si allargò ulteriormente conquistando altri castelli della zona, e così Montevicino, Apecchio, Pietragialla e Castelguelfo caddero l’uno dopo l’altro sotto il loro dominio. La mossa che decretò la loro definitiva fortuna fu però quella di diventare alleati e “collaboratori di guerra” dei Montefeltro, mettendo a disposizione dei Duchi di Urbino truppe e conoscenze belliche in tanti conflitti in varie zone d’Italia. La famiglia Ubaldini era infatti già famosa per essere una fucina di condottieri e tra i suoi maestri d’arme uno dei più noti fu nel XIII secolo Giovanni degli Ubaldini che riuscì addirittura a fondare una propria compagnia di ventura, con oltre mille fanti e duemila cavalieri provenienti da ogni zona d’Europa.

Alla fine del XIV secolo nacque probabilmente nella Carda Bernardino degli Ubaldini, che fu forse uno dei più celebrati capitani di ventura della sua epoca, tanto da meritarsi il soprannome di Magnifico. Le sue spiccate abilità di condottiero fecero si che il Duca di Urbino, Guidantonio, lo volesse alle sue dirette dipendenze e il suo valore e la sua importanza strategica per i Montefeltro divennero tali che gli venne concesso l’onore di entrare a far parte della famiglia, sposando proprio la figlia di Guidantonio Aura, nel 1420.

Bernardino ebbe sicuramente un figlio naturale, chiamato Ottaviano come il suo avo, ma secondo quella che in passato sembrava essere solo una diceria popolare che si è rivelata invece in seguito più che fondata, fu anche il padre naturale di Federico, il più celebre dei Duchi di Montefeltro. Fino a non molto tempo fa sembrava infatti certo che Federico fosse nato da una relazione di Guidantonio con una dama di corte e che fosse quindi considerato illegittimo. Per questo motivo venne subito dato in affidamento e allontanato dalla città Ducale, passando prima un breve periodo non troppo lontano da casa, a Mercatello, e trasferendosi poi all’età di undici anni a Venezia non solo come pegno di pace secondo l’usanza del tempo ma anche, sembra, per soddisfare i desideri della seconda moglie di Guidantonio, che non lo vedeva certo di buon occhio a Urbino.

Diversi studi sono stati portati avanti negli ultimi anni riguardo Federico e la sua nascita, e degni di nota sono in particolare le recenti pubblicazioni (1) degli storici Apecchiesi Lionello Bei e Stefano Cristini, come anche gli articoli pubblicati dagli stessi autori sul blog di storia locale VERSACRUM. Come emerge anche dalle loro ricerche la questione sembra essere oggi molto più dibattuta rispetto alle granitiche certezze del passato, tanto da poter giungere alla conclusione che Federico era verosimilmente figlio di Bernardino Ubaldini Della Carda, e che il suo padre naturale era così tanto legato a Guidantonio (che non riusciva ad avere eredi maschi e a garantire così la stabilità dello Stato) da affidargli il proprio figlio primogenito per farlo riconoscere come un Montefeltro.

Ottaviano Ubaldini Della Carda nacque nel 1424, due anni dopo suo fratello, del quale peraltro seguì la sorte venendo allontanato presto da casa per essere affidato ai Duchi Visconti di Milano, anche lui come ostaggio a seguito della pace stretta tra le due famiglie.

Come riporta sempre Michelini Tocci i due giovani, fratelli o no che fossero e nonostante i lunghi periodi in cui di fatto rimasero separati, sin da piccoli stabilirono una forte amicizia, come quella che univa anche i loro padri “ufficiali” e rimasero legati per tutta la vita.

Nel 1437 Bernardino Della Carda morì, lasciando come erede legittimo dei suoi possedimenti Ottaviano, ma disponendo anche che le truppe della sua compagnia militare fossero divise equamente tra Ottaviano e Federico, a riprova del forte legame del grande condottiero con entrambi i giovani. Ottaviano era però uomo di libri, per lui la conduzione delle truppe rappresentava un peso troppo gravoso e decise quindi di lasciare il comando in toto a Federico, che si ritrovò così molto giovane a capo di ottocento lance.

Federico al contrario era un condottiero nato, con una forza e una resistenza eccezionali e alla testa delle sue truppe, che metteva al servizio del miglior offerente, guadagnò sempre più fama grazie alle continue vittorie in battaglia. Nel 1441 ebbe luogo forse la sua impresa più ardita in cui riuscì a prendere San Leo ai Malatesta, scalando con un manipolo di uomini la parete di roccia, espugnando la Rocca e diventando così una celebrità in tutt’Italia.

Nonostante i suoi successi non poteva però pretendere il Ducato di Urbino, poiché nel frattempo era nato il figlio legittimo di Guidantonio, Oddantonio, che divenne Duca alla morte del padre nel 1443.

Tutto sembrò sistemarsi seguendo lo schema di eventi più logico, con Urbino che aveva garantita la sua successione di sangue e di conseguenza la sua stabilità politica, e con Federico che continuava nella sua vita di soldato che era quella che più amava. Ma dopo nemmeno un anno dalla sua investitura, Oddantonio fu assassinato a seguito della famosa congiura ordita dai suoi consiglieri più stretti, rimescolando così nuovamente le carte in gioco. Federico si trovava a combattere a Pesaro quando fu richiamato a casa con urgenza per vedersi affidata a furor di popolo la sovranità del piccolo Stato di Urbino, nonostante le voci insistenti (anche se provenienti in verità soprattutto dagli eterni rivali Malatesta) che indicavano proprio lui come l’ideatore della cospirazione contro il fratellastro.

Dalla sua nomina a Duca inizierà il periodo di massimo splendore di Urbino, grazie non solo alle sue doti militari ma anche (e forse soprattutto) a quelle politiche e amministrative di suo “fratello”, rimasto fino ad allora quasi dimenticato in esilio a Milano.

Ottaviano era un ragazzo molto intelligente, serio e dotato di grande buon senso, padronanza di se e di un rigore austero e quasi mistico, e nel giro di pochi anni (nonostante fosse considerato comunque un ostaggio) era riuscito a entrare nelle grazie del Duca Filippo Maria Visconti fino a diventare già da molto giovane una figura di primo piano alla corte di Milano, come ci raccontano le cronache dell’epoca.

Grande studioso, ebbe modo di accedere a biblioteche immense e di avere come maestri alcuni tra i più illustri eruditi del suo tempo. In quegli anni, tra tutte le scienze, l’astrologia aveva in particolare un peso molto importante soprattutto presso le corti, e sembra che il Duca di Milano non muovesse un passo senza consultarsi prima coi suoi astrologi, e di conseguenza anche Ottaviano fu investito di una formazione “magica” molto specifica e approfondita.

Ottaviano rimase a Milano fino alla morte del Duca Visconti, avvenuta nel 1447, dopodiché tornò alla sua amata Carda, che non aveva mai dimenticato, e a Urbino, dove venne chiamato da Federico a condividere l’amministrazione dello Stato. Seguiranno trentacinque anni di collaborazione col Duca, formando di fatto una diarchia che risultò in un governo tra i più illuminati ed efficienti dell’epoca. Federico curava gli affari di guerra e contribuiva in gran parte a riempire le casse di Stato coi servigi militari prestati in tutta Italia, mentre Ottaviano era il vero reggente e la sua gestione così oculata e lungimirante rese la città Ducale un importantissimo centro della cultura umanistica e dell’arte rinascimentale, facendone inoltre un vero punto di riferimento politico per tutta l’Europa. Ottaviano,  assieme anche a Federico, continuava a occuparsi di astrologia e l’importanza di questa scienza era tale presso la corte di Urbino che dopo la realizzazione del Palazzo Ducale i Torricini della facciata divennero veri e propri osservatori e dimora dei tanti astrologi che venivano chiamati in città per condividere il loro sapere. Questo è per molti il periodo più bello del Ducato, quello di Laurana e Francesco di Giorgio Martini, con quest’ultimo che sembra voler ritrarre il motore dell’entusiasmo che impregnava tutto lo Stato nella famosa lunetta di marmo che vede Federico vicino a un’insegna militare e Ottaviano con due libri e un ramoscello di olivo.

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I due reggenti non dimenticarono di certo la Carda delle loro origini. Federico fece edificare una residenza di caccia nell’abitato di Colombara, e sembra inoltre che uno degli edifici che ancora oggi si trovano nei pressi di San Cristoforo sia opera proprio del grande architetto Francesco di Giorgio.

L’incanto si spezzò solo con la morte del Duca, avvenuta nel 1482 durante una delle sue innumerevoli campagne militari.

Ottaviano continuò ad amministrare il Ducato anche dopo il passaggio del potere al figlio di Federico, Guidubaldo, di cui combinò le nozze con la pupilla di un’altra potente famiglia italiana,  Elisabetta Gonzaga. A questo punto la sua rigorosità come alchimista e studioso delle stelle spingeranno però Ottaviano a essere troppo dipendente dall’interpretazione dei segni celesti, tanto da chiedere ai due novelli sposi di attendere il momento astrologicamente più propizio prima di consumare il matrimonio. Purtroppo le congiunture non erano favorevoli e il momento giusto tardava ad arrivare. Col passare del tempo la notizia trapelò e venne divulgata in città, facendo dell’attesa della corte quella dell’intero Ducato e aggiungendo così pressione sui due coniugi. Guidubaldo in particolare soffriva di nevrosi che si aggravò proprio in quel periodo in modo irreparabile, portandolo a una profonda crisi che fece si che le nozze non vennero di fatto mai consumate e rendendolo così l’ultimo rappresentante della dinastia dei Montefeltro.

Il Mago della Carda fu accusato di sortilegio e di avere inscenato tutto per mantenere il potere, facendo così dell’ultimo decennio della sua vita un periodo piuttosto oscuro e non degno della sua assoluta grandezza come statista, ma nonostante tutto continuò a tenere in mano le redini del Ducato fino alla morte, avvenuta nel 1498.

Fu seppellito nella chiesa di San Francesco a Cagli, dove però la sua tomba non fu mai identificata con certezza, come se anche dopo la morte dovesse rimanere nell’ombra come aveva fatto, a causa del suo carattere schivo, per tutta la vita.

Ma il Mago della Carda era così legato alla sua terra che sembra quasi impossibile che non abbia scelto di rimanerle vicino per l’eternità, e infatti corre voce che il suo spettro si aggiri tra le rovine della Cardaccia e nella Gola della Gamberaia dove forse, vagando tra i sentieri del versante occidentale del Monte Nerone, qualcuno riesce ancora oggi ad avvertirne la presenza.

 

Liberamente tratto da “Storia di un mago e di cento castelli” di Luigi Michelini Tocci 

Lucio Magi © 2016 

(1)
“La doppia anima. La vera storia di Ottaviano Ubaldini e Federico da Montefeltro” Bei-Cristini
“Vita e gesta del magnifico Bernardino Ubaldini della Carda” Bei-Cristini
http://versacrumricerche.blogspot.it/p/la-vera-paternita-di-federico-da.html
http://versacrumricerche.blogspot.it/p/via-e-gesta-del-magnifico-bernardino.html

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Immagine da Wikimedia Commons

Sasso Simone – La città del Sole

In preparazione alla prossima escursione nel Parco del Sasso Simone e Simoncello ecco un breve articolo sulla Città del Sasso o Città del Sole, col solo scopo di rinfrescare la memoria e invitare ad approfondire l’argomento dalle numerose fonti di informazione disponibili.

Siamo nel 1566 e in cima al piatto del Sasso Simone si assiste a un “avvio lavori” molto particolare. A quel tempo i Sassi Simone e Simoncello si trovavano nei possedimenti del Granducato di Toscana, proprio sul confine col Montefeltro dei rivali Duchi di Urbino, e Cosimo de Medici (il reggente di Toscana) sta per dare inizio a un progetto da molti definito assurdo, quello di costruire proprio in cima al più grande dei due Sassi una vera e propria città.
Cercherò di seguito di riprendere i motivi all’origine di quest’idea, ma dovrò forzatamente fare una digressione nella storia dell’Italia del Cinquecento, promettendo di semplificare al massimo delle mie capacità la complicatissima cronistoria degli avvenimenti .

L’Italia non stava vivendo un periodo tra i più tranquilli, vista la frammentazione e la confusione che regnavano un po’ su tutta la penisola portati dal passaggio epocale dall’era Medievale a quella Moderna. Al Nord le potenze che emergevano erano Milano, Venezia e Firenze. Al Sud, forse la parte più stabile, il Regno di Napoli e quello di Sicilia si erano riuniti sotto gli Aragonesi, mentre sui mari dominavano ancora alcune Repubbliche Marinare. Lo Stato Pontificio aveva il controllo su gran parte dell’Italia Centrale, dove tuttavia resistevano ancora molteplici possedimenti governati di fatto da signori locali.

1024px-Italia_1494_topo.svgMappa da Wikipedia

In questo quadro arrivano le cosiddette “Guerre d’Italia”, che vedono come protagoniste e antagoniste Spagna e Francia. Le due rivali si affrontano per la supremazia in Europa per oltre settant’anni proprio sul suolo italiano, trasformandolo di fatto in un campo di battaglia alla mercè ora dell’uno ora dell’altro contendente, e portando distruzione e saccheggi ovunque.
Carlo VIII di Francia è il primo a invadere l’Italia nel 1494 percorrendo l’antica Via Francigena, con l’intento di impossessarsi del Regno di Napoli di cui si sentiva in qualche modo sovrano per lontana discendenza Angioina.
Il sovrano francese conquista Napoli con l’appoggio del Papa Alessandro VI Borgia, che gli cede il passo attraverso i territori della Chiesa ma gli affida come guida suo figlio Cesare, che diverrà negli anni a venire uno dei protagonisti principali della storia del Centro-Italia. Il predominio francese è però di breve durata, e le truppe riattraversano la penisola in senso contrario, spinte dalla potenza della lega composta da Milano, Stato Pontificio e Venezia, che si alleano anche con Austria e Spagna.
Luigi XII succede a Carlo VIII ed eredita le sue manie di grandezza mettendosi in testa di rivalersi anche lui su un pezzo di Italia per motivi ereditari (questa volta tocca al Ducato di Milano). Scende dunque oltre le Alpi nel 1499 e, con l’aiuto dei Borgia, le sue truppe in breve tempo entrano a Milano e conquistano di nuovo Napoli.
Non bastassero i francesi e gli spagnoli ci pensano anche i Borgia a mettere a ferro e fuoco il Centro Italia. Cesare Borgia (il Duca Valentino protagonista del “Principe” di Machiavelli), dopo essere diventato luogotenente di Luigi e avere preso il comando di un contingente delle sue truppe, marcia infatti verso la Romagna per portare a compimento un piano preparato da tempo assieme a suo padre, il Papa. I Borgia infatti hanno intenzione di togliere il potere ai signori locali che si muovono in modo un po’ troppo indipendente dalla Madre Chiesa, e mirano di fatto a creare un regno famigliare privato in quella regione. Uno dopo l’altro si arrendono a Cesare tra gli altri Caterina Sforza, i Malatesta, i Montefeltro e i Da Varano. Non soddisfatto dell’egemonia sul versante Adriatico Papa Alessandro spinge Cesare a entrare a Perugia e a puntare quindi sulla Toscana, dove mira a conquistare Siena e Pisa. Ma improvvisamente Alessandro VI Borgia muore nel 1503 e Cesare perde pian piano il suo potere, finchè con l’elezione del nuovo Pontefice Giulio II Della Rovere (i Della Rovere erano acerrimi nemici dei Borgia) gli vengono tolti definitivamente i domini in Romagna e viene imprigionato a Castel Sant’Angelo.
Intanto il conflitto tra Francia e Spagna continua, e con Carlo V che diventa Imperatore di Spagna e Germania assume aspetti clamorosi. Per fermare le sue rivalse sull’Italia nel 1526 si forma una lega anti-spagnola con i Francesi, lo Stato Pontificio, Venezia, Firenze e altri stati italiani minori. Il loro esercito è comandato da Giovanni de Medici (conosciuto anche come Giovannni dalle Bande Nere) e da Francesco Maria I Della Rovere, duca di Urbino. Ancora prima di entrare nel vivo di questo nuovo conflitto l’esercito “alleato” viene però sconfitto dai terribili Lanzichenecchi di Carlo V, che penetrano dal Trentino nell’Italia Centrale, devastandola ancora una volta prima di lanciarsi verso il famoso “Sacco di Roma” nel 1527.
Le lotte tra le due superpotenze vanno avanti fino al 1559, anno in cui viene sancita la pace a fronte del dominio spagnolo su gran parte dell’Italia, e in cui vengono definiti i nuovi confini territoriali delle altre fazioni in campo, tra cui il Granducato di Toscana.

Cosimo de Medici, l’ideatore della Città del Sasso, è il nuovo Signore di Toscana ed è il figlio di Giovanni dalle Bande Nere. Ha vissuto quindi in prima persona il periodo delle invasioni e il suo stile di governo è di conseguenza autoritario e mira prima di tutto alla difesa del territorio. Allo stesso tempo è però anche un sovrano lungimirante nell’amministrazione della giustizia e nella costruzione di infrastrutture, oltre che amante dell’arte e iniziatore di diversi cantieri per il miglioramento architettonico di Firenze (tra cui il Palazzo degli Uffizi, che originalmente era sede dei suoi “uffizi” amministrativi).
L’andirivieni degli eserciti che avevano attraversato l’Italia durante le guerre aveva portato il terrore nella popolazione, e la paura di nuovi conflitti aveva fatto si che la necessità di difendersi diventasse una priorità per chiunque fosse a capo di un qualunque stato italiano dell’epoca, figuriamoci per Cosimo che si trovava a governare sulla terra di passaggio più calpestata tra tutte. Sansepolcro, Arezzo, Siena, Volterra, Portoferraio, la Terra del Sole (Eliopoli) nei pressi di Forlì e la Città del Sasso sono solo degli esempi di castelli e fortezze fatti costruire dal nulla o ricostruiti sulle fondamenta di più antichi presidi da Cosimo de Medici, in seguito a un disegno sistematico che mirava al rafforzamento delle difese dei confini di Toscana.

ssimone2Questa foto e quella in bianco e nero sono di Lucio Magi – 2005

Nonostante questi presupposti “militari”, Cosimo non pensa veramente solo a difendere il suo territorio, ma vuole costruire sul Sasso Simone una città ideale, che spaventi i vicini e sia militarmente inespugnabile, ma che diventi allo stesso tempo anche il prototipo di un’idea di perfezione geometrica e architettonica, immersa nella natura.
La volontà di procedere era molto forte, e la motivazione aumentò dopo un primo sopralluogo sul Sasso Simone avvenuto già nell’estate del 1554, diversi anni prima dall’inizio lavori, quando ci si rese conto definitivamente della bellezza e strategicità del sito. Tra l’altro negli anni tra il 1450 e il 1570 il clima della nostra zona era incredibilmente mite, tanto che sul Sasso si riuscivano addirittura a coltivare orzo, lino e piselli, e costruire una città sulla montagna doveva sembrare un progetto assolutamente meraviglioso, tanto da arrivare a parlare anche di Città del Sole.
Cosimo sapeva poi che già prima di lui i Malatesta avevano pensato di costruire proprio li una fortezza che contrastasse San Leo e che sul Sasso erano vissuti alcuni monaci benedettini sin dall’anno 1000, nell’abbazia costruita sui resti di una più antica chiesa Longobarda dedicata al “solito” San Michele Arcangelo (vedi in proposito l’articolo sul Corridoio Bizantino).
Si va dunque avanti, e dopo aver posato la prima pietra i lavori procedono a ritmo serrato per ben dieci anni, tanto che nel 1573 viene già inviato il primo presidio permanente di 10 soldati.
Il progetto prevede la costruzione di 50 case, una residenza per il capitano della guarnigione, una prigione, una cappella, una cisterna per l’acqua, due torri e mura di cinta tutto attorno, per ospitare 300 abitanti. Addirittura si era pensato anche a un portico fuori dalle mura dove tenere le fiere estive. La Città del Sasso doveva diventare uno dei principali (se non addirittura il principale) centri presidiati della zona.

CittadelsoleSassoImmagine della Città del Sole dal sito del comune di Carpegna

L’amministrazione a Firenze cercava di tenere i lavori sotto controllo, e difatti un’importante fotografia che ci spiega cosa veramente si stava facendo sul Sasso viene proprio dalla relazione dell’ispezione di Baccio Del Bianco e Vincenzo Viviani nel 1644, inviati per verificare se la città si stesse rivitalizzando o se invece procedesse verso un progressivo deperimento. Vengono descritti tre quartieri ben definiti, chiamati in base alle comunità che li avevano realizzati coi nomi di Sestino, Borgo San Sepolcro e Pieve Santo Stefano, per un totale di circa 40 case. Ogni casa aveva un orto e in città vivevano un fabbro e un cavallaro.
I due ispettori non mancano inoltre di inserire dettagli pratici nella loro relazione, spiegando per esempio che veniva utilizzato troppo legname, soggetto a deperimento, e che le teste dei travi andavano “abbronzate” per evitare crolli.
Nonostante gli sforzi e gli investimenti le condizioni di salute della città non risultano quindi troppo buone. Ci sono inoltre le città vicine che remano contro dall’inizio del progetto. Sestino e Badia Tedalda non vorrebbero essere declassate e il malcontento popolare contro la Città del Sole non aiuta chi invece vorrebbe investire nel progetto. Gli anni passano e il presidio non riesce ad acquisire quel ruolo di egemonia sul territorio che Cosimo aveva tanto sperato. Sembra che nemmeno le poche spedizioni militari effettuate in quegli anni nella zona da truppe Toscane siano partite dalla fortezza del Sasso, facendo venire a meno anche lo scopo militare del sito. Alla fine, tanto per aggravare le cose, dopo il periodo di mitezza climatica che aveva fatto tanto ben sperare all’avvio dei lavori, arrivò quella che oggi viene chiamata Piccola Età Glaciale, che abbassò le temperature in tutto l’emisfero settentrionale fino al 1800, costringendo i pochi abitanti della Città del Sasso ad abbandonare totalmente la montagna nel 1673 e impedendo di fatto a Cosimo de Medici di completare il suo sogno di Città Ideale.

Oggi rimane ben poco di quel sogno se non il selciato della strada che sale sulla cima, la cisterna dell’acqua e qualche resto di muro.
Resta però sempre e comunque il fascino e la bellezza di questo luogo magico, che ben fa capire ancora oggi come sia stato facile sognare e immaginare proprio quassù una Città del Sole.

Lucio Magi – Febbraio 2016

 

Questo articolo ha usato come riferimenti bibliografici i seguenti testi:
La città del Sasso” – Girolamo Allegretti 1992
Mestieri e quartieri nella città fortezza del Sasso di Simone in una relazione del 1644” – Giancarlo Renzi 1992

Per altre informazioni vedere anche il sito del Parco Regionale del Sasso Simone e Simoncello
http://www.parcosimone.it

e il sito del Comune di Carpegna
http://www.comune.carpegna.pu.it/conoscere-carpegna/il-sasso-simone/la-citta-del-sole/

Le Torri della Massa Trabaria

Da qui il nostro grido d’allarme: le torri rappresentano degli elementi inimitabili di ogni singola contrada del Montefeltro e della Massa Trabaria. Una volta cadute saranno perdute per sempre. Francesco Vittorio Lombardi – 1981

Dopo quello sul Corridoio Bizantino, continua la serie di articoli sul territorio della Provincia di Pesaro-Urbino.
Non essendo uno storico o un archeologo di professione ma solo un appassionato ricercatore autodidatta, difficilmente verranno proposti temi e scritti originali, ma ci si limiterà umilmente a rileggere (e a volte anche a riscoprire) in chiave meno dotta alcuni testi che trattano di storia e folklore locale, sempre con il solo obiettivo di portare più persone a incuriosirsi e interessarsi al nostro magnifico territorio, e di conseguenza a contribuire a proteggerlo in tutta la sua bellezza.

Il mio libro di riferimento è questa volta un breve testo datato 1981, “Le torri del Montefeltro e della Massa Trabaria“, di Francesco Vittorio Lombardi, che ci porterà ad approfondire un po’ la storia delle numerose fortificazioni erette nell’alta valle del Metauro.

Partiamo dal nome, perchè Massa Trabaria?
Le Masse derivano il loro nome dal periodo tardo-imperiale Romano, e altro non erano che vasti possedimenti terrieri derivanti da raggruppamenti di fondi agrari più piccoli lasciati dai proprietari all’avanzare della crisi agricola di quel periodo.
Trabaria si riferisce invece alle travi, cioè ai tronchi degli alberi che da quest’area sin da tempi immemori venivano prelevati e spediti a valle, valicando prima gli Appennini e galleggiando poi lungo il Tevere, per essere usati nella costruzione dei grandi edifici religiosi di Roma.

La Massa Trabaria fu per questo motivo storicamente sempre legata alla Chiesa e i suoi tributi arrivavano direttamente fino alla Basilica di San Pietro, tanto che l’area era anche conosciuta originalmente come Massa Sancti Petri.
All’inizio del 1200 l’imperatore Ottone IV riconobbe la regione come autonoma e la sua estensione arrivò a coprire i territori degli odierni Sant’Angelo in Vado, Mercatello sul Metauro, Sestino e Belforte all’Isauro. In questa vasta area erano presenti tante piccole comunità rurali, anch’esse di fatto indipendenti ma riunite sotto un’unica istituzione chiamata Communis et Universitas Massae, i cui abitanti si facevano chiamare comunemente massani.

La Massa rimase comunque legata alla Chiesa di Roma e fu quindi sempre in lotta con i suoi vicini Ghibellini del Ducato di Montefeltro e di Carpegna. Doveva inoltre difendersi dalle mire espansionistiche di Città di Castello, e i massani si trovarono inevitabilmente costretti a predisporre ingenti sistemi di difesa. Le comunità rinforzarono le mura degli insediamenti e innalzarono torri, probabilmente negli stessi luoghi in cui molti secoli prima si trovavano quelle di avvistamento Bizantine, che avevano protetto i territori della Flaminia e della Romania dalle invasioni dei Goti e in seguito dei Longobardi. Anche le nuove torri vennero quindi erette con lo scopo di avvistare i nemici da molto lontano, per permettere alle guarnigioni di segnalare il loro arrivo con fuochi o suoni di corno e dare modo alla gente dei villaggi di cercare riparo. Inoltre costituivano il punto di riferimento per tutti i mercanti che dalla Toscana o da Roma volessero arrivare all’Adriatico, o per i pellegrini che giungendo dal Nord Europa si dirigevano verso la Città Eterna dovendo attraversare quasi forzatamente la Massa e il Montefeltro.
Nonostante le fortificazioni la Massa non riuscì però a rimanere unita, e nel corso del 1300 molte aree passarono sotto la dominazione di diverse potenti famiglie locali (Faggiola, Brancaleoni), finchè non furono di nuovo riunite sotto lo stato della Chiesa dal cardinale Albornoz, nella sua opera di “reconquista” su mandato del Papa Innocenzo VI in previsione del ritorno in Italia dopo l’esilio Avignonese.
Il nuovo scisma papale del 1378 riportò però di nuovo il caos in Italia e nei possedimenti ecclesiastici, e il territorio venne definitivamente diviso per vallate tra i vari signori e la Chiesa stessa, facendo perdere col tempo anche nella memoria comune il ricordo della Massa Trabaria e delle sue torri, che vennero così in parte distrutte e in parte logorate dal tempo, dalle continue guerre e dai terremoti.

Oggi solo alcuni di questi guardiani di pietra sono rimasti al loro posto. Ricordiamo tra le altre la torre di Montemajo, la torre della Metola, di Castello della Pieve, la torre di S. Martino (l’unica torre cilindrica nella zona), la torre di S. Andrea, la torre di Castel de’ Fabbri e le torri di Parchiule.

Lucio Magi – Gennaio 2016

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Castello della Pieve: 43.662842, 12.312841
Torre Metola: 43.636448, 12.381163
Torre S.Andrea: 43.657363, 12.272748
Tore Montemajo: 43.624023, 12.413521
Torri Parchiule: 43.650889, 12.232590
Castel de Fabbri: 43.659955, 12.259712
Torre S.Martino: 43.657627, 12.288723

Ulteriori informazioni sulle torri della Trabaria sono disponibili sul sito

http://www.turismoborgopace.it/la-massa-trabaria-torri-e-castelli/

Il Corridoio Bizantino

In viaggio nel Corridoio Bizantino, l’idea di un Cammino

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Vagando per alcuni degli angoli più nascosti della Provincia di Pesaro e Urbino ai confini con l’Umbria, può capitare con molta probabilità di addentrarsi, il più delle volte senza rendersene conto, in un territorio che dalla seconda metà del VI secolo dopo Cristo e fino alla fine del dominio Longobardo costituiva l’unico varco capace di unire i due principali centri di potere in Italia di ciò che rimaneva dello smembrato Impero Romano d’Occidente.
Stiamo parlando del Corridoio Bizantino, una striscia di terra che, attraversando Marche, Umbria e Lazio, univa Ravenna a Roma. L’antica Via Flaminia, percorso di collegamento preferenziale adottato durante i secoli precedenti, era infatti interrotta poichè la stretta Gola del Furlo, passaggio obbligato lungo l’arteria che collegava Rimini alla vecchia Capitale Imperiale, era sotto il controllo dei Longobardi. Si rendeva necessario quindi trovare un percorso alternativo che collegasse l’Esarcato di Ravenna e la Pentapoli Marittima (composta dalle città di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona) con Roma e per questa ragione il varco doveva passare attraverso molte regioni impervie, perlopiù montane e quindi ben difendibili, che i Longobardi non erano ancora riusciti a conquistare.

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Il Corridoio Bizantino

Questi ultimi avevano invaso l’Italia nel 568 d.C., dopo che la guerra contro i Goti per la riconquista delle terre un tempo appartenute all’Impero Romano d’Occidente aveva stremato le forze Bizantine. Per questa ragione e per il fatto che le truppe migliori erano state richiamate a Bisanzio e in Asia per combattere i Persiani e gli Avari, la sottomissione di buona parte della Penisola fu per i Longobardi relativamente facile. I Bizantini riuscirono a conservare sotto il loro dominio alcune zone costiere tra cui appunto l’Esarcato e la Pentapoli, oltre a gran parte del Lazio e dell’Italia Meridionale, ma i Longobardi estendevano la loro influenza nel Centro e nel Meridione attraverso i Ducati di Spoleto e Benevento, e l’Italia Continentale si trovava di fatto spaccata in due zone senza collegamento tra loro, fatta eccezione per il Corridoio Bizantino.

Nei territori di confine in cui transitava il Corridoio, come si può immaginare, viveva una varietà di popoli e culture sia autoctoni che stranieri giunti a traino delle orde barbariche, ognuno con i suoi usi e, soprattutto, con le sue Divinità e Santi Protettori.
Anche se il Cristianesimo si era ormai diffuso ovunque, dopo essere stato prima equiparato alle altre religioni da Costantino e in special modo dopo essere stato proclamato nel 380 d.C. unica religione di Stato dall’Imperatore Teodosio, nelle remote regioni del Corridoio Pesarese era ancora largamente praticato il Paganesimo, come dimostrano i tanti esempi di Chiese costruite in queste zone proprio sopra Are edificate in origine per l’adorazione di Giove o Apollo.
I Longobardi, che come molti altri popoli nordici erano in origine dediti al culto degli Asi di Thor e Odino, si erano avvicinati per convenienza al Cattolicesimo già prima della loro discesa in Italia, quando dovettero ingraziarsi proprio i Bizantini, loro alleati durante lo stanziamento in Pannonia (l’attuale Ungheria).
La decisione di invadere la penisola cambiò però le carte in tavola, e il re Longobardo Alboino decretò, per indispettire i Bizantini, di aderire invece a una delle Eresie condannate ufficialmente dal Concilio di Nicea, l’Arianesimo, che metteva Cristo su un livello inferiore rispetto al Padre negando di fatto la Trinità e che però guarda caso era anche la religione dei suoi principali potenziali alleati contro Ravenna, i Goti, che ancora contavano nonostante la sconfitta subita una buona presenza sul territorio.
Una volta in Italia i Longobardi si integrarono sempre di più con la popolazione locale, fino ad arrivare col tempo a una conversione massiva al Cattolicesimo. Proprio in questo processo di conversione finirono per adottare come Santi Protettori quelli che forse più assomigliavano alle loro antiche divinità e tra questi uno dei più importanti era certamente San Michele Arcangelo, che nella tradizione Cristiana aveva abbandonato Satana e difeso la Vera Fede con la sua spada, in cui i Longobardi riconoscevano molto probabilmente il Dio Odino.
Anche i Bizantini, antagonisti dei Longobardi, avevano naturalmente dei propri Santi Protettori ed erano in particolar modo devoti a San Martino di Tours, protettore della fede Cattolica da tutte le eresie, e in particolar modo proprio da quella degli Ariani contro cui si era impegnato di persona. A testimonianza dell’importanza del Santo l’odierna Basilica di S. Apollinare Nuovo a Ravenna, che era sorta sotto il culto Ariano durante la conquista dei Goti, fu dedicata proprio a S. Martino dopo che i Bizantini ebbero ripreso possesso della città.

Partendo da questi presupposti storici, gli autori di una recente ricerca condotta in collaborazione con l’Università di Urbino dimostrano che è possibile individuare i confini del Corridoio Bizantino proprio dall’analisi dei toponimi dei luoghi e degli edifici religiosi presenti sul territorio. Troviamo così per esempio tanti casi di chiese consacrate e località con riferimenti a S. Michele Arcangelo da ricondurre alla dominazione Longobarda, così come evidentemente tutte le dediche a S. Martino vanno ricollegate invece ai Ravennati. In alcuni casi troviamo addirittura due Santi rivali, uno caro ai Longobardi e uno vicino ai Bizantini, a fronteggiarsi da chiese costruite l’una di fronte all’altra sui versanti opposti di una valle o di un fiume, proprio come se fossero stati loro i veri generali alla testa dei due eserciti avversari.

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San Michele Arcangelo dipinto da Guido Reni

Sulla base di questo lavoro possiamo provare allora a disegnare un itinerario di viaggio che, seguendo le tracce individuate dagli storici, ci porti alla scoperta di un tratto del Corridoio nella Provincia di Pesaro e Urbino e che, saltando tra zone Longobarde e Bizantine, ci conduca dal confine con l’Umbria seguendo i principali corsi fluviali fino alla Gola del Furlo e quindi al Mare Adriatico.
Il territorio su cui viaggeremo è sostanzialmente montuoso, in prossimità dell’estremità Nordoccidentale di due dorsali parallele alla costa, quella Umbro-Marchigiana e quella propriamente Marchigiana. La prima corre ai confini tra Marche e Umbria e comprende tra le vette principali i monti Catria, Nerone e Petrano, mentre le montagne che formano la Gola del Furlo (Pietralata e Paganuccio) appartengono alla Dorsale Marchigiana.
I fiumi principali scorrono invece perpendicolarmente alle catene montuose, creando a volte strette gole e a volte vallate più ampie. Il fiume Burano, il primo che incontreremo lungo il nostro percorso, nasce in Umbria e da qui, dopo aver attraversato la prima delle due dorsali, arriva nella città di Cagli. Continuando nella sua corsa verso il mare diventa affluente di un altro fiume, il Candigliano, anch’esso proveniente dall’Umbria, che a sua volta dopo avere tagliato come un rasoio l’anticlinale della seconda dorsale e aver formato così la Gola del Furlo, si getta nel più celebre fiume Metauro.

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Il percorso della Via Flaminia

Partiamo dunque da Pontericcioli, che si trova proprio lungo il corso del fiume Burano al confine della Provincia di Pesaro-Urbino, e che fu un’antica città Umbra successivamente conquistata dai Romani e diventata col tempo un importante centro di transito lungo la Via Flaminia. Pontericcioli si raggiunge da Fano seguendo la superstrada verso Fossombrone e Cagli, oppure da Gubbio e Scheggia se si proviene da Roma lungo la vecchia Flaminia. Oggi è un piccolo centro, che si fa notare per il Ponte Grosso di epoca Romana e per la sua possibile identificazione con l’importante municipio Romano di Luceoli istituito nel I secolo avanti Cristo. Già da qui studiando le tracce toponomastiche vediamo che l’alta vallata del Burano era sotto il controllo Ravennate e lo capiamo proprio da alcuni riferimenti a un’altra importante figura molto legata ai Bizantini, che si dice fu diretto discepolo di San Pietro e primo Vescovo di Ravenna, Sant’Apollinare.
Oltre il monte Petria, posizionato di fronte al più noto Catria e che separa Pontericcioli dalla frazione di Chiaserna, le cose erano ben diverse. La Chiesa di S. Anastasia nel centro del paese (Anastasia era una figura cara ai Goti, essendo riconducibile al culto della Resurrezione o Anastasis) e l’Abbazia di S. Angelo, che si trova nei pressi dell’abitato lungo la valle del torrente Bevano, ci indicano molto chiaramente che questa vallata era abitata da popoli di origini Barbare.
Procedendo verso Nord arriviamo così nel borgo di Cantiano, che si trova proprio al crocevia tra la “via Bizantina” lungo la valle del Burano e quella Longobarda proveniente da Chiaserna, e da qui proseguiamo per la frazione di Moria, paesino inerpicato sul versante Sud Ovest del Monte Petrano, dove ritroviamo un’altra Chiesa dedicata a S. Apollinare. A poca distanza, tra i due piccoli centri abitati di Caimarini e Caimercati, troviamo anche una località ancora oggi nota come Colle di S. Martino e questi evidenti riferimenti a Santi Bizantini ci fanno capire che il Corridoio passava proprio da qui. Il Monte Petrano era stato infatti fortificato in modo massivo dai Ravennati, anche se oggi ormai non ritroviamo che pochi resti di questo possente sistema difensivo a protezione della Flaminia e di Luceoli.

Guardando ancora a Nord, sul versante opposto di un altro affluente del Burano, il torrente Bosso (famoso per la sua gola e il suo museo geologico a cielo aperto), si innalza un altro importante massiccio montuoso della zona, il Monte Nerone, che era invece strenuamente presidiato dalle truppe longobarde come dimostrano le chiese dedicate a S. Michele Arcangelo di Cerreto e Fosto. Il primo è un piccolo centro che si raggiunge dal borgo di Pianello dirigendosi verso la cima del Nerone, il secondo è altrettanto piccolo ma si raggiunge dalla strada di collegamento che dall’abitato di Secchiano conduce verso Piobbico. Il Nerone sembra essere stato meno militarizzato con torri e castelli rispetto al Petrano, ma la cosa può verosimilmente essere spiegata col semplice fatto che i Longobardi erano comunque in maggioranza e non dovevano controllare uno stretto passaggio attraverso gli schieramenti nemici come invece erano costretti a fare i loro rivali.

Lasciamo la zona di influenza Longobarda e continuiamo a seguire il nostro varco che da Moria ci porta sulla cima del Petrano e, seguendo il suo dolce profilo e attraversando i pascoli sommitali, ci porta a ridiscendere dal versante opposto proprio nei pressi di Cagli.
Questa importante cittadina, pur essendo stato un caposaldo della difesa Bizantina, pullula di riferimenti Longobardi. Ritroviamo infatti oltre al “solito” S. Michele Arcangelo (diventato tra l’altro curiosamente anche parte dello stemma della città dopo che questa venne ricostruita e ribattezzata Sant’Angelo Papale da Papa Niccolò VI alla fine del 1200) anche riferimenti ad altre figure care ai Longobardi, come San Savino. Anche la gola del Bosso, che proprio a Cagli si unisce al Burano, era interdetta ai Ravennati, come dimostra la località di Ponte Staffolino (termine derivante dal tedesco antico “staffal”, cioè palo), così come non si poteva passare neppure dalla strettoia formata dal Burano tra il monte Tenetra e il Petrano. Sembra che Cagli (o Callis come veniva chiamata allora) fosse letteralmente circondata dai Longobardi ed è difficile qui intuire il passaggio di un varco tra le loro schiere. Seguendo però i nostri ormai amici toponimi, gli studiosi hanno rilevato un passaggio che scende dal Monte Petrano sulla Strada Flaminia poco fuori dalla cittadina, in direzione di Luceoli. Da qui si guadava molto probabilmente il Burano sulla riva destra aggirando i Longobardi stanziati attorno a Cagli per poi, nei pressi dell’abitato di Smirra, tornare sulla riva opposta.
La via proseguiva così fino a un altro importante caposaldo ormai scomparso ma protagonista di molto testimonianze, il Castrum di San Martino, che proteggeva la strada verso Fermignano, importante cittadina nella valle del Metauro. Dopo avere aggirato la Gola del Furlo si poteva così entrare nelle terre del Montefeltro (più tranquille e lontane dai confini coi Longobardi) per raggiungere Urbino e quindi Rimini.

Questo non era però l’unico percorso sicuro per i viaggiatori. Lo studio toponomastico porta infatti a pensare che vi fossero altri varchi attraverso gli eserciti longobardi e che esistessero diverse diramazioni del Corridoio. Tornando all’inizio del nostro viaggio per esempio, nella valle di Cantiano, vi sono tracce evidenti di un passaggio che dalla Pieve di S. Crescentino presso Balbano (risalente agli albori del Cristianesimo e famosa per conservare all’interno affreschi di notevole valore storico e artistico) svalicava verso un altro centro molto importante nella zona, Apecchio, aggirando così le truppe nemiche di stanza sul Nerone.
Scendendo più a valle invece, dopo il Furlo, se anzichè dirigersi a Rimini si era intenzionati a proseguire verso la più vicina componente della Pentapoli, Fano, si doveva forzatamente deviare passando dai centri abitati di Calmazzo e Canavaccio per poi seguire ancora la Flaminia fino appunto all’antica Fanum Fortunae. Interessante è notare come proprio in prossimità di Calmazzo esistesse una zona franca identificata nei pressi di S. Bartolomeo di Gaifa (Gaifa deriva dal termine longobardo waifa che significa “terra che non appartiene a nessuno”), cioè una zona in cui molto probabilmente per interesse comune o accordo tra le parti non si combatteva.

In tempi di sempre maggiore sviluppo del turismo lento e di nascita di percorsi sempre nuovi, credo che quella di progettare una via a tappe lungo il Corridoio Bizantino potrebbe rappresentare un’idea molto stimolante da mettere in pratica.
Ovviamente stiamo parlando di un’idea di itinerario abbastanza diverso da quelli proposti lungo le Vie Sacre e sorti spesso a traino del Cammino “maestro” di Santiago, ma credo che questo non renderebbe di certo il viaggio meno affascinante.
Non parliamo infatti di incamminarsi lungo una via di Pellegrinaggio penitenziale o devozionale ma di un percorso su un antico passaggio attraverso il quale per secoli sono transitati forzatamente a causa della guerra truppe e civili, lasciando testimonianze, costruendo fortezze e borghi e modificando in modo permanente la cultura e le tradizioni locali, e che come tale non può che offrire a un potenziale viaggiatore che voglia ripercorrerla oggi una miriade di contenuti e di spunti storici e religiosi, culturali e artistici, naturalistici e paesaggistici.
Non vanno dimenticate inoltre, sempre in un ipotetico viaggio slow in questo meravigliosa porzione di territorio nella Provincia di Pesaro-Urbino (sono di parte lo so..), le “terre nemiche” occupate dai Longobardi, che non sarebbero certo da meno rispetto a quelle Bizantine e meriterebbero sicuramente interessanti deviazioni e approfondimenti.
Quella che al tempo era la pericolosissima Gola del Furlo è infatti diventata oggi Riserva Naturale Statale, con tutta la sua bellezza e ricchezza che da sola meriterebbe il viaggio, così come i temibili bastioni Longobardi del Monte Nerone sono ora regolarmente occupati da escursionisti, ciclisti e rocciatori.
Per il momento comunque l’idea del Cammino sul Corridoio Bizantino rimane tale ed è possibile percorrere il nostro itinerario solo seguendo le tracce toponomastiche e non quelle dei segnavia. Possiamo per ora solo cercare di stuzzicare la curiosità e lo spirito avventuroso di chi vorrà provare a seguire i passi di un viaggiatore che nel VII secolo d.C. avesse cercato di arrivare da Roma all’Adriatico o viceversa, ma l’intenzione naturalmente rimane quella di riuscire a sviluppare l’idea ulteriormente nel prossimo futuro iniziando, perchè no, dalla realizzazione e pubblicazione di altri articoli con i segmenti del nostro potenziale Cammino raccontati in tutti i loro dettagli.

Per chi volesse approfondire i contenuti storici, geografici e toponomastici del Corridoio Bizantino e del territorio attraversato in Provincia di Pesaro e Urbino è da non perdere il libro da cui ho preso spunto per questo articolo e da cui vengono tutte le informazioni toponomastiche riportate. “Il Corridoio Bizantino al confine tra Marche e Umbria” è stato pubblicato nel 2014 ed è il risultato della ricerca approfondita e appassionata condotta dagli autori Giuseppe Dromedari, Gabriele Presciutti e Maurizio Presciutti, ai quali va un grazie tutto particolare.
Sul loro blog Ver Sacrum è possibile seguire gli aggiornamenti sulle ricerche all’interno del Corridoio, oltre che trovare molte notizie interessanti sulla storia e sulla cultura locale.

Lucio Magi – Ottobre 2015