Trekking nelle zone del terremoto

Dopo il terremoto del 24 Agosto la raccomandazione è naturalmente quella di non recarsi in alcun modo a fare escursioni nelle zone colpite dal terribile sisma, per motivi di sicurezza personale ma anche per rispetto.

Per chi volesse comunque intraprendere trekking in autonomia nelle zone dei Monti Sibillini in questo periodo, ricordo che il sito Trekking Monti Azzurri ha pubblicato la lista delle zone più a rischio. In particolare l’elenco comprende:

– La zona del LAGO DI PILATO

– Le creste del VETTORE e del REDENTORE

– La zona di FOCE DI MONTEMONACO

– Le creste del MONTE SIBILLA

– Le GOLE DELL’INFERNACCIO (il Comune di Montefortino ha emesso un’ordinanza con cui la strada da Rubbiano e le gole stesse sono state transennate con divieto di accesso)

– Il MONTE PRIORA

– Le gole dell’ ACQUASANTA DI BOLOGNOLA

– Le gole del FIASTRONE

– La strada del FARGNO IN PARTICOLAR MODO VERSO BOLOGNOLA

– La strada del MONTE SIBILLA

Anche nel parco del Gran Sasso e della Laga il 24 Agosto stesso è stata emessa un’ordinanza a tutti i comuni per la chiusura di tutti i sentieri e cammini esposti.
Il comune di Pietracamela ha inoltre disposto la chiusura della via ferrata “Danesi” in seguito alle frane nella zona del Corno Piccolo.

Vedi le ordinanze

Il Monte Senza Zucchero

Qui di seguito le due interpretazioni (mia e di Luca) dell’avventura in Majella ascendendo il Monte Amaro, o “monte senza zucchero” come mi sono divertito a chiamarlo per mio figlio.

Su Flickr alcune foto, scattate questa volta con una compatta quindi la qualità non è la solita, ma lo zaino era davvero pesante quindi non c’era molta scelta.

Su Wikiloc la traccia del percorso presa con il mio localizzatore GPS SPOT, quindi anche qui la precisione non è perfetta, ma anche questa volta “Salvatore” (come lo chiamiamo noi) ha fatto il suo dovere, facendo stare tranquilli (quasi..) tutti a casa.

Lucio

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La vista dall’alto del canalone della Rava del Ferro non promette niente di buono, siamo già scesi diverse centinaia di metri ma la strada verso il fondo è ancora molto, molto lunga..

VLUU L110, M110 / Samsung L110, M110

I chili dello zaino si fanno sentire sulle spalle e anche le ginocchia cominciano a dare qualche segno di stanchezza, rendendo l’avanzare sui ciottoli molto faticoso sia fisicamente che mentalmente. Bisogna fermarsi spesso, togliere lo zaino ogni tanto e rimanere sempre positivi, piano piano il fondo valle arriverà.

Questo bellissimo canyon di roccia e sassi (Rava come lo chiamano da queste parti) scorre tra enormi pareti e balze verticali. Il sentiero in pratica non esiste e in alcuni punti si deve sciare letteralmente sui sassi per scendere. Di certo la mancanza di una pista tra la ghiaia e le pietre mobili rendono il paesaggio naturale solo più bello ma non per questo la fatica si fa sentire di meno. Bisogna stare li con la testa per evitare di cadere e farsi male. Con mia grande sorpresa incrociamo anche due gruppi che risalgono la Rava in senso opposto al nostro. Credevo che nessuno fosse così matto da avventurarsi verso la cima passando da qui col caldo pomeridiano (forse sono davvero stanco..), inoltre hanno stuoie e sacchi a pelo e di certo contano di passare un sabato sera alternativo al Bivacco Pelino. Certo che bisogna anche ringraziarla la fatica perché ogni volta che ci si ferma non si può fare a meno di venire rapiti dalla bellezza del luogo. Se non ci si fermasse così spesso si perderebbe molto dei fiori cha saltano fuori improvvisamente dalle rocce e dei piccoli boschetti di pino mugo.

La discesa nella Rava è stato sicuramente la parte più impegnativa di tutto il nostro itinerario attorno al versante Ovest della Majella Madre, peraltro veramente spettacolare.

L’idea del giro in Majella era venuta per cercare di ripetere l’esperienza fatta dai nostri amici Claudio e Roberto lo scorso anno partendo da Fara San Martino, ma dopo la “mazzata” che ci hanno raccontato decidiamo di fare qualcosa di meno duro, un itinerario che ci permetta di dormire in tenda un paio di notti ma che ci faccia anche gustare senza soffrire troppo questa fantastica montagna. Io trovo qualche spunto e Luca come al solito si getta alla ricerca di informazioni preziose sui social e sul web. Alla fine mettiamo assieme i risultati e decidiamo l’itinerario, anche se nessun altro dei nostri si convince a venire per paura soprattutto del caldo e della mancanza di acqua in alto. Noi non molliamo e alla fine, pur non essendo una passeggiata perché sono comunque 2000 metri di dislivello per oltre 20 chilometri di cammino, devo dire che siamo fortunati e anche bravi nell’organizzare la logistica, fidandoci soprattutto dei consigli di chi qui è di casa, e alla fine tutto riesce (quasi..) alla perfezione.

VLUU L110, M110 / Samsung L110, M110

Partiamo nel primo pomeriggio da Fonte Nunzio, nei pressi di Campo di Giove, sapendo di dover fare solo un breve tratto in salita (circa 600 metri di dislivello per pochi chilometri) per poter così “saggiare” gli zaini e il peso durante il cammino. Attraversiamo il bosco fino alla Fonte dell’Orso, dove sappiamo esserci acqua e ci fermiamo poco più in alto, nel piccolo altopiano che rappresenta l’unica area pianeggiante lungo tutta la salita, dove montiamo le tende. Incontriamo qui di nuovo i nostri unici compagni di salita, un gruppo di ragazzi olandesi in viaggio attraverso l’Italia con tanto di furgone e rimorchio, che decidono di passare la notte in cima all’Amaro. Sono partiti tardi per la cima, alcuni sono in pantaloni corti, maglietta e sandali e un pochino ci preoccupiamo per loro, ma non sembrano farsi tanti problemi. Appena piantata la tenda sopra di noi il cielo si rannuvola decisamente (poveri olandesi) e anche nella valle sottostante l’aria si addensa molto. Ci gustiamo lo spettacolo dal nostro spazio privilegiato mentre mangiamo la nostra “cena di pesce” su una roccia. Le nuvole a tratti salgono verso di noi, ci coprono per un attimo per poi scomparire di nuovo, sopra è tutto nero e non sappiamo se sta piovendo, mentre nella valle il mare di nubi si espande e si ritira. Per completare lo spettacolo proprio di fronte il Monte Mileto lascia passare gli ultimi raggi del sole al tramonto tra le nuvole.

La notte in tenda dormo sempre poco e in più ogni tanto mi sembra anche di avvertire la presenza di qualche animale incuriosito, ma forse è solo il vento che muove i lembi della tenda fissati in modo non proprio professionale. Il mattino siamo comunque riposati e abbastanza in forma, fa abbastanza freddo e dopo una colazione veloce scendiamo verso la fonte a fare rifornimento d’acqua, visto che non la troveremo più fino a sera. Iniziamo così la parte più dura della scalata verso la cima dell’Amaro, il clima è ideale, fresco visto che c’è ancora la montagna che ci copre dal sole, e così riusciamo in un paio d’ore ad affrontare la parte più ripida fino al Fondo di Femmina Morta. Ci riposiamo un po’ e incontriamo i nostri amici olandesi che rientrano al loro furgone per continuare, ci dicono, fino a Venezia e alle Dolomiti. Hanno passato la notte nella Grotta Canosa perché dicono che il bivacco non era in condizioni molto ospitali. Il paesaggio quassù a 2500 metri è spettrale, sembra solo un immenso deposito di ciottoli e pietra con il grigio che domina su tutto, ma guardando bene si vedono spuntare tantissimi fiori di ogni tipo e colore dappertutto. Percorriamo tutta la Valle glaciale di Femmina Morta su terreno quasi pianeggiante e presto compare sullo sfondo il Monte Amaro, con il caratteristico puntino rosso del Bivacco Pelino appoggiato proprio vicino alla sommità.

VLUU L110, M110 / Samsung L110, M110

Si è immersi in un panorama e un’atmosfera davvero particolari, non mi viene in mente nessuna somiglianza ad altre montagne che conosco. Finito l’altopiano la vista può spaziare verso Est sulla valle di Fara e sui monti vicini (Rotondo, Pomilio, S. Angelo) che invece a tratti mi ricordano stranamente il Wadi Rum o il deserto dell’ovest americano. Saliamo in cima, c’è ancora qualche chiazza di neve a dimostrare che il caldo che tanto si temeva non c’è proprio. La brezza da nord ci ha accompagnato per tutto l’altopiano e per l’ultima parte di salita, rendendo il cammino davvero piacevole. Il bivacco Pelino fa scena da lontano ma da vicino non è un gran che. Soprattutto le condizioni all’interno sono abbastanza tristi, non capisco proprio come chi faccia tanta fatica a portare fin quassù bottiglie di plastica piene d’acqua da 2 litri poi non trovi la forza per riportarle indietro vuote.. Si vede che la vetta è molto frequentata, ci si arriva da più versanti e dal rifugio Pomilio, e avendo questo appoggio del bivacco molta gente viene qui a passare la notte, ma un rifugio di emergenza non può essere adibito a discarica , è davvero vergognoso.

VLUU L110, M110 / Samsung L110, M110
Con l’avanzare della giornata le nuvole si addensano ancora, non c’è più l’azzurro totale  del mattino. Pranziamo di fianco al bivacco e quindi iniziamo la discesa alla ricerca del bivio per la Rava del Ferro. Finora è stato tutto perfetto, segni rifatti da poco su tutti i sentieri e le carte che ho, seppur vecchie di qualche anno, sono fedeli. Qui però i pur bravissimi responsabili della segnaletica del parco ci giocano uno scherzetto, decidendo di “rinominare” un paio di sentieri con sigle precedentemente appartenute ad altri percorsi. Ci troviamo quindi al nostro incrocio ma la segnaletica indica B5 e non B7 come nella mia carta e nessun segnavia indica la direzione della Rava del Ferro. OK ci può stare la mancanza del cartello, peccato però che nella mia carta (ufficiale del Parco) il B5 è il sentiero che porta sulla cresta del Pesco Falcone, e quindi penso che siamo andati troppo avanti, non abbiamo visto la svolta. Torniamo indietro immersi nelle nuvole che non rendono certo la ricerca facile e perdiamo quasi un’ora fino ad arrivare alla conclusione (grazie soprattutto al GPS di Luca) che l’incrocio che avevamo trovato in prima battuta era quello giusto..
Alla fine del canalone della Rava del Ferro (oltre 3 ore di discesa) si arriva a una strada chiusa. Il nostro piano è di raggiungere il rifugio della Fonte della Chiesa dove sappiamo esserci acqua e dove abbiamo intenzione di fermarci per la notte, ma un gentilissimo motociclista ci indirizza invece verso la Fonte della Lama Bianca, una radura fatata dove piantiamo (si fa per dire, visto che i sassi del sottofondo non sono proprio d’accordo a farsi infilare dai picchetti) senza indugio le tende, immersi nel silenzio della faggeta.
Dopo cena rimane ancora  un po’ di tempo prima di crollare per studiare il percorso finale per l’indomani. Tagliando attraverso il bosco arriviamo così al sentiero per il Passo di S. Leonardo, da dove con pochi chilometri di strada torniamo al punto di partenza per chiudere questo magnifico anello.

Lucio Magi – Agosto 2016

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Di sicuro è stata la mia prima avventurosa (wild): stare tre giorni in montagna, camminare su valli, cime e boschi dormendo due notti in tenda non lo avevo mai fatto, eppure non era la prima volta, non saprei il perché forse perché in montagna ci sono spesso, forse per il ricordo di quelle poche volte che da ragazzino ho dormito nella tenda, oppure perché è una cosa che mi ha sempre attirato e sento dentro e l’avventura in Majella è solo la sua estrinsecazione. Non saprei dirlo meglio di così cioè la prima volta ma che lo avevo già fatto tantissime altre volte.

Siamo partiti la mattina poco dopo le 8, Lucio saluta affettuosamente i suoi figli, gioca scherza e saliamo in macchina, non sapevamo nulla di cosa avremmo trovato, il percorso ovviamente lo abbiamo guardato nella carta, studiato le fonti di acqua, ma fino a quando non sei li non lo sai! E noi due non eravamo mai stati in Majella, la nostra meta il monte Amaro, come ha detto Lucio a Bisti il monte senza zucchero!

Arriviamo a Pacentro, molto bello e meriterebbe una visita, ma noi ci mangiamo un bel piatto di pasta, e poi via a prendere il sentiero, il P5 da fonte nunzio per arrivare fino alla fonte dell’orso e piantare le tende poco sopra a 1800 metri!

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Apriamo due scatolette per cena e ci gustiamo il panorama! Osserviamo e cerchiamo di capire come si muovono le nuvluca2ole, sembra quasi che quello che abbiamo studiato lo possiamo finalmente vedere, chiacchieriamo e intorno le 21, 30, dopo il bellissimo tramonto sul Gran Sasso, si va a dormire.

Soffro un po’ il freddo ma tutto sommato riesco a fare delle ore di sonno, alle 5 ci si sveglia si fa colazione, si va a prendere l’acqua alla fonte dell’orso e via zaino in spalle (non l’ho pesato ma leggero non era). Ci si incammina verso la forchetta della Majella, incrociamo il P1 e via si sale e ci si riposa, è presto siamo ad ovest quindi il sole ancora non ci raggiunge! Avanziamo  verso la valle della femmina morta, fino a vedere quell’astronave (come qualcuno l’ha definito) arancione ossia il Pelino! arriviamo alla grotta Canosa, per fare l’ennesima pausa, con lo zaino distruggo un omino che poi ricostruiamo e via l’ultimo sforzo fino ala cima del Monte Amaro, il Monte senza zucchero.

 

Inutile dire che il paesaggio è spettacolare ed originale!

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Dopo aver mangiato i nostri panini ci mettiamo in cammino per scendere a valle, un po’ di incertezze per trovare la Rava del Ferro, a causa di una vecchia carta con numerazioni non più corrispondenti alla segnaletica, ma presto si comincia a scendere e presto ci siamo accorti di che tipo di discesa fosse e di quanto ancora dovessimo faticare. 1500m di discesa su rocce, ghiaione non sono uno scherzo soprattutto con quei kili sulle spalle! Però arriviamo in fondo, fino alla Lama Bianca!

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Desideravo una fonte, sapevamo che c’erano diverse fonti, ma non sapevamo che quando saremmo arrivati li la forza per cercare quella che buttasse l’acqua non c’era! Grazie alle indicazioni di un   motociclista siamo arrivati presto alla fonte della lama bianca o meglio Persechillo! Abbiamo bevuto, ci siamo rinfrescati e abbiamo pernottato. La seconda notte è andata meglio, non era freddo ed eravamo in una faggeta meravigliosa, un letto di foglie.

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Il terzo ed ultimo giorno abbiamo proseguito verso SUD, indicazione regalataci dal tramonto della sera prima, attraversando il bosco con l’aiuto della carta e GPS per andare a prendere il sentiero Q1 che ci avrebbe condotti attraverso dei pratoni sulla strada poco prima di dove avevamo parcheggiato l’auto.

Era la prima volta che facevo una cosa che ho sempre fatto.

Luca Bragina – Agosto 2016

 

Traversata dello Sciliar

A che ora mettiamo la sveglia?

Ci alziamo e facciamo colazione, inutile dire che il latte appena munto che hanno preso Roberto e Giordana nella stalla sotto casa è favoloso. Usciamo, ci mettiamo gli scarponi e cominciamo a camminare….
Non sapevo molto sul percorso, perché abbiamo deciso di partire all’ultimo momento! Stavamo preparando un’escursione sul Monte Amaro in Majella (solo rimandata) ma il meteo ci ha fatto cambiare luogo. Roby la zona dello Sciliar la conosce visto che lo zio ha una casa, casa che gentilmente ha messo a diposizione per noi.
 
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Umes ancora dorme, saliamo la strada e prendiamo il sentiero nel bosco, Roby e Danilo aprono il percorso, io sto in mezzo e aspetto Marisella e Gio, si cammina dentro un’abetina molto bella, la pendenza non scherza ma nemmeno il panorama! Poco dopo arriviamo all’hotel Alp, Lella è stanca ha bisogno di una pausa e di mangiare qualche cosa, anche se avevamo fatto pochi chilometri l’inizio non è mai troppo simpatico. La vista verso Tires è favolosa, ricominciamo a salire con qualche dubbio su Lella, che poi sconfessa alla grande! Il bosco è sempre più bello e poco dopo entriamo nella gola del Rio Sciliar! Davvero bella, si cammina con il rumore dell’acqua e paesaggi fatati. Nei pezzi dove il sentiero non esiste hanno costruito dei ponti sopra il Rio che congiungono anche per decine di metri il sentiero. Con un passo tranquillo arriviamo alla Malga Sesseichwaige, la Lella è in forma, tutti noi lo siamo ma abbiamo fatto 1000 metri di dislivello e decidiamo di fare il punto della situazione. Seduti in quel paradiso per una pausa mangereccia io ordino formaggio alla cipolla e mezza pinta di birra, anche se so che la salita non sarebbe finita lì e l’avrei pagata!
Le galline ci beccavano i piedi, le vacche pascolavano tranquillamente, la vista sui monti attorno, in particolare il gruppo del Catinaccio, era sempre più appagante e la voglia di salire cresceva. Così decidiamo di dirigerci verso il rifugio Bolzano, ossia il massiccio dello Sciliar, ossia il Monte Petz!

 

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Si riprende il cammino, il formaggio si fa sentire, c’è vento ed è abbastanza freddo e via via che saliamo si apre il paradiso! Roby è sempre avanti ad aprire la strada, la Gio ha una botta di energia (a lei capitano spesso queste cose), così parte e ci sta davanti, io assieme al formaggio e alla birra saliamo di buon passo ma con fatica… Però davvero lo spettacolo ripaga il tutto alla grande. Danilo mi fa notare delle marmotte a qualche decina di metri, più si sale più si scoprono le rocce dolomitiche dell’Alpe di Siusi! A fatica arriviamo al Rifugio Bolzano! Bello, se così si può definire, ci rilassiamo un attimo e il panorama a 360 gradi è davvero unico! Mi sono sentito in paradiso! Verso oriente le principali dolomiti: Il Sassolungo, il Sassopiatto, il Piz Boè, fino la Marmolada erano tutte in fila lì!

Entriamo nel rifugio e ci beviamo un caffè! Dicendo che sarebbe stato bello fermarsi una notte in quel paradiso.

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La discesa verso l’Alpe di Siusi è meravigliosa! Decidiamo di arrivare fino al Campaccio, da cui avremmo preso il bus fino a Fiè dove Roby e Dani avevano portato la mia macchina il mattino, Però ad un certo punto visto che era tardi ci dividiamo. Roby va in fuga fino a Siusi dove trova un passaggio per recuperare la macchina, noi proseguiamo verso il Campaccio passando per la malga Saltner utte. Sono ormai le 8 di sera, siamo a 1800 metri di quota ed  è fresco. Abbiamo fatto 20km e quasi 1700 di dislivello positivo (800 negativo), quindi inutile dire che siamo stanchi! Ma la forza per andare in pizzeria prima di arrivare a casa la troviamo tutti!

 

Luca Bragina 19 Luglio 2016

Spoleto-Norcia (?) in MTB

galleriaUn itinerario mai monotono, bellissimo in entrambe le sue parti, quella che scorre di fianco ai fiumi Sordo, Corno e Nera, il più grande tributario del Tevere, e quella che è scolpita attorno alla roccia del Monte Piano di Spoleto.

Non è né troppo duro né troppo lungo, si adatta a molti, e sembra quasi che chi progettò la vecchia ferrovia nel lontano 1926 fosse un ciclista e avesse già pensato che un giorno la tratta sarebbe stata convertita a tale scopo.

La gente è cortese, i bar e i posti di ristoro sono colmi di turisti che si godono i fantastici scorci e panorami della Valnerina.

La pista, completamente ciclabile, è segnalata perfettamente con cartelli e segni inequivocabili, che non danno la possibilità di perdersi nemmeno ai ciclisti meno esperti e alle famiglie nord europee che arrivano numerose, affascinate dai racconti che hanno sentito da chi ci è già stato o che hanno letto sul web.

Basterebbe molto poco credo, per fare della Spoleto-Norcia (?) quanto ho descritto sopra. E’ già tutto li, la natura e gli ingegneri ferroviari del primo novecento hanno già predisposto tutto. Peccato però che, una volta arrivati in prossimità di Biselli, la ciclabile finisca e non si riesca di fatto ad arrivare a Norcia (ecco il perché del ? del titolo) se non passando sulla temibile statale 685 e condividendo la strada a due corsie con auto e moto, rischiando di fatto di essere asfaltati soprattutto all’interno di una delle pericolosissime gallerie stradali. E peccato anche che lungo la gran parte del percorso le indicazioni per i ciclisti (o anche per chi affronta il cammino a piedi) siano piuttosto carenti e maldisposte.

Certo qualcuno dirà che basta informarsi prima su qualche blog o su qualche sito specializzato di mountain-bike, e che comunque qualcuno a cui chiedere lungo il percorso si trova sempre . Forse molti di quelli che si avventurano qui riescono anche a scoprire in anticipo che le gallerie stradali si possono anche evitare, passando nelle interruzioni del guard-rail o addirittura in certi casi scavalcando del tutto le protezioni. Di certo qualcuno dirà anche che così è più divertente, che c’è più spirito d’avventura, ma credo che sulla sicurezza sia meglio non scherzare.

Non si capisce come mai una risorsa come la vecchia ferrovia Spoleto-Norcia, un vero gioiello, che potrebbe essere così preziosa per il territorio e con un potenziale grandissimo, non venga meglio valorizzata, disponendo per esempio in maniera sistematica segnaletica chiara e realizzando almeno qualche cartina o foglio informativo che spieghino a chi la percorre prima di tutto dove passare, e che descrivano inoltre le innumerevoli bellezze naturali, storiche e culturali che si trovano lungo tutta la vecchia tratta del treno.

Nonostante ciò è innegabile il fascino che questi 50 chilometri hanno su chi li percorre, facendone un’itinerario davvero unico nel suo genere. Per motivi logistico-famigliari ho percorso il tracciato in senso inverso, da Norcia (?) a Spoleto, in solitaria e senza GPS o mappa (che poi credo non esista nemmeno in forma ufficiale) e quindi inevitabilmente perdendomi più volte e facendo molta più strada del previsto.

Alla partenza da Norcia seguo i segni del sentiero CAI un po’ prima della vecchia stazione ma decido che la direzione indicata (Cascia) non fa per me e così mi ritrovo da subito a seguire un tratturo che mi riporta a breve sulla statale proprio davanti al “porchettaro”. E’ ancora presto per un panino e così chiedo solo indicazioni su dove riprendere il sentiero. Meno di due chilometri e sono pronto a riattraversare il torrente Sordo e tornare sulla pista dove ho anche un primo assaggio di un paio delle vecchie gallerie scavate nella roccia. Affascinanti.

Continuo seguendo il sentiero (qui è davvero difficile sbagliare) e mi preparo psicologicamente per affrontare l’asfalto che so essere non troppo lontano. Arrivo all’incrocio di Serravalle dove la ciclabile si interrompe. Attraverso la strada per cercare di riprenderla ma la via è chiusa da un carrello porta gommone, nei pressi del quale un gruppo di Rafting sta per prepararsi ad affrontare le rapide del fiume. Chiedo informazioni a uno degli accompagnatori e come sospettavo ho la conferma che è ora di lasciare la pace degli alberi e il dolce rumore del fiume che scorre per affrontare la statale. Gentilissimo, l’uomo mi indottrina per filo e per segno su tutti i possibili passaggi segreti attraverso i guard rail per evitare le gallerie, ma non potrei mai immagazzinare la miriade di indicazioni che mi vengono fornite nei dieci minuti in sua compagnia, così ringrazio e continuo, sperando di avere fissato in testa almeno le dritte più importanti che l’istinto sarà sicuramente (…) in grado di fare tornare in mente automaticamente, innescate da qualche elemento visivo di cui mi accorgerò al momento opportuno.

Una volta capito il trucco del guard rail e che ogni galleria stradale ha una stradina di servizio che gli gira attorno, riesco ad evitarle quasi tutte. Uno di queste stradine porta addirittura in una magnifica gola sul fiume Corno e a una galleria di servizio adibita a “fungaia”, con all’interno tanti teli di plastica che spenzolano dagli scaffali, dando a chi ha il coraggio di percorrerla un vero brivido horror.

fungaiaGalleria della Fungaia

Arrivo al centro Rafting nei pressi di Biselli felice di essere riuscito nell’impresa di aggiramento, e da li riprendo ancora la strada principale in attesa del prossimo ostacolo, cercando di ricordare le istruzioni dell’uomo del Rafting. Manco però la deviazione presso la grande casa sulla sinistra perchè vedo la recinzione completamente chiusa, non ricordando che si apre all’occorenza e che da li avrei potuto riprendere il percorso dei vecchi binari, così come non mi fido di proseguire all’uscita successiva sulla destra, dove lo sterrato mi sembra non avere alcuno sbocco logico, e mi ritrovo quindi imprecando prima su un lungo viadotto e poi dritto nella interminabile galleria di Triponzo. Pedalo a gran velocità in mezzo alle macchine fino a Borgo Cerreto dove chiedo indicazioni e mi viene detto di attraversare il fiume Nera e da li a me la scelta di andare verso Spoleto o verso Norcia. Come verso Norcia?? Mi sono perso una delle parti più belle dell’intero itinerario, non posso permettermelo e decido di tornare indietro lungo il percorso ciclabile. Altre gallerie nella roccia mi riportano al cospetto della Balza Tagliata, altra gola che davvero non può essere saltata. Esploro un paio di deviazioni e ritrovo la grande casa sulla statale con la recinzione chiusa, così sono soddisfatto e posso riprendere il mio viaggio verso Spoleto. Proprio tornando in prossimità della Balza Tagliata sono incuriosito da un cartello che indica il percorso della vecchia ferrovia in direzione di una strada quasi nascosta sul fianco della gola. Questa volta so bene da dove sono arrivato ma la curiosità di vedere dove porta la deviazione è irresistibile e seguo il segnale evidentemente sbagliato. La strada è terribile, piena di buche e di rovi, massi caduti ai lati per le frane ma è stranamente asfaltata e continua a salire sulla montagna. Il treno non poteva certo passare da qui ma continuo lo stesso e arrivo nel borgo di Triponzo. Entro in un bar/trattoria per una pausa e la proprietaria, non appena chiedo se da qui si possa riprendere il sentiero per la vecchia ferrovia si mostra molto scortese e mi tratta male, non capisco perchè. Ce l’ha con tutti, coi ciclisti che passano e non hanno idea di dove sono, coi politici che si sono presi tutti i soldi destinati alla ciclabile e con lo stato della strada che ho percorso e che scopro essere nientemeno che la vecchia statale Norcia-Cascia. Rimango una buona mezzora a chiacchierare con la signora Maria Pia e il rapporto si fa più che cordiale, e le prometto così che scriverò di questa strada, del suo abbandono e della inesattezza delle indicazioni, e di come la vecchia ferrovia non sia vista bene purtroppo nemmeno dagli stessi abitanti della zona. Mi regala anche una cartolina con l’immagine della vecchia strada, e come si può vedere nelle immagini qui sotto c’è una bella differenza dalla situazione attuale.

balzatagliataBalza Tagliata ieri

balzatagliata2Balza Tagliata oggi

Vecchia strada Cascia-Norcia

 

Scendo di nuovo verso Borgo Cerreto e da li la strada continua liscia liscia fino a Santa Anatolia di Narco. Si segue il fiume, in un paio di occasioni ho ancora qualche dubbio per la mancanza di segnali, ma per fortuna trovo sempre qualcuno che gentilmente mi indica la strada giusta.

Ero partito in tranquillità pensando di fare una passeggiata dopo i racconti dei miei amici che il giorno precedente avevano percorso la stessa strada in senso opposto. In realtà da S.Anatolia inizia la parte più bella del tracciato, ma anche la più impegnativa. Arrivato nel paese ancora una volta provo a proseguire da solo seguendo l’istinto ma per ben due volte sbaglio strada e devo tornare indietro. Così sono costretto ad andare di nuovo contro la mia naturale tendenza all’isolamento chiedendo indicazioni al bar, e scoprendo con mia grande sorpresa che il treno da qui andava veramente in salita, attraversando prima la statale su un ponte che non esiste più, e arrampicandosi poi sulla montagna. Un cartello porta a salire su un sentiero molto stretto che diventa mulattiera più avanti. Anche qui trovo solo qualche sparuto segno bianco-rosso a indicare la via e perciò riesco ancora una volta a sbagliare strada, finendo in una radura in prossimità di una galleria chiusa che doveva servire come deposito per la ferrovia. Torno indietro al bivio e prendo il sentiero giusto, anche se sembra il meno logico. Incrocio due ciclisti che mi rincuorano dicendo che Spoleto è a soli otto chilometri, ma in realtà scoprirò che è la salita da S. Anatolia a non mollare mai per otto chilometri, è adatta a un treno e quindi non è mai troppo ripida, ma nonostante ciò devo dire che mi ha impegnato non poco. Si attraversano diverse gallerie sempre totalmente al buio (alla fine in totale sono 19 lungo tutto il tracciato), c’è anche un meraviglioso viadotto sospeso nel vuoto che fa davvero pensare ai trenini della Svizzera, come dicono le “recensioni”. Si giunge infine al valico di Caprareccia, dove si deve attraversare l’omonima interminabile galleria, lunga quasi due chilometri, sempre nel buio più completo. All’interno fa freddo e percorrerla con la luce del fanale della bici e della frontale provoca un certo brivido, ma io procedo cantando a voce alta (tanto nessuno mi sente) e il mio canto rotto dalla fatica assieme al rumore delle ruote sui ciottoli, all’acqua che gocciola e alla penombra rendono l’atmosfera davvero unica.

La luce alla fine del tunnel corrisponde anche alla fine della scalata, visto da qui in poi è tutto facile, in discesa fino al centro di Spoleto, dove termina anche il mio piccolo e incantevole viaggio.

Lucio Magi – Giugno 2016

 

Su Flickr  altre foto scattate lungo il percorso

Flickr-icon

 

Vecchia Ferrovia Spoleto-Norcia.

Lunghezza 51km, 19 Gallerie.

Principali tappe: Norcia, Serravalle di Norcia, Biselli, Triponzo, Borgo Cerreto, Cerreto di Spoleto, Vallo di Nera, S.Anatolia di Narco, Valico di Caprareccia, Spoleto.

Maggiori info su:

https://it.wikipedia.org/wiki/Ferrovia_Spoleto-Norcia

http://www.ferrovieabbandonate.it/linea_dismessa.php?id=154

 

Giovanni Sante il Taumaturgo

GIOVANNI SANTE BRANCORSINI IL TAUMATURGO, OVVERO IL BEATO SANTE

Il Santuario del Beato Sante è conosciuto da tutti gli abitanti della provincia di Pesaro e Urbino e non solo. Ricordo quando ero bambino che alcune domeniche, o nei giorni festivi come il primo di maggio, mio nonno “Bertino” organizzava dei pic-nic, era bellissimo andare in quel bosco con tavolini e seggiole portatili e tutti insieme pranzare li! Ricordo quel bottiglione di vino rosso di cui ancora ne ignoravo gli aromi.

Al Santuario del Beato Sante poi ci sono tornato spesso da adulto, per delle merende più che motivi religiosi, e sebbene qualche visita al Santuario l’abbia fatta, nulla sapevo su chi fosse il Beato Sante.

Il colle su cui è situato il santuario, dista da Pesaro circa 15Km, esso sovrasta Monte Giano e fa parte del comune di Mombaroccio, da cui dista un paio di chilometri.

Il primo convento, associato ad una chiesetta preesistente, chiamata Santa Maria di Scotaneto, fu fondato nel 1223, pare a seguito di richieste degli abitanti di Mombaroccio e Montegiano a San Francesco di avere una comunità di frati Francescani.

Nel 1343 a Monte Fabbri (Urbino) nacque Giovanni Sante Brancorsini, figlio di Domenico ed Eleonora Ruggeri.

Era di famiglia nobile e per lui era stata prevista una carriera giuridico-militare, alla quale egli non si volle rassegnare, seguendo invece il suo spirito contemplativo.

Una sera di primavera quando Giansante aveva circa 20 anni, come tante altre sere stava con i suoi amici sulle mura di Monte Fabbri e per far da paciere in una lite fra due amici, richiamò il suo migliore amico. L’amico però interpretò questa presa di posizione come un complotto e si adirò con Giansante, che fuggì dirigendosi verso casa. L’amico però sfoderò la sua spada e volle a tutti i costi affrontare Giansante, che nel combattimento ferì alla coscia sinistra l’amico tanto amato, che morì pochi giorni dopo.

Dopo qualche giorno di meditazione, Giansante decise di andare presso l’eremo di Santa Maria di Scotaneto per entrare a far parte dei Frati minori. Il suo desiderio era quello di espiare la colpa di aver ucciso il suo miglior amico e dopo un periodo di prova fu accolto e prese i voti, ma non il intraprese il sacerdozio, dedicandosi così a vita umile. Egli voleva essere il minore dei minori, tanto che Giansante, il futuro Beato Sante, si occupava della cucina, tagliava la legna nel bosco, spesso andava nella vicina Mombaroccio a chiedere l’elemosina e racimolare del pane da portare al convento. I viaggi del Beato Sante accompagnato dal suo asinello che portava le sacche ricordavano molto il Santo fondatore dei francescani; così come anche altri aspetti della sua vita. Il Beato Sante scelse di vivere in totale povertà, spesso si nutriva di sole erbe.

Viveva momenti di estasi, in particolare in seguito all’eucarestia, quando compariva una luce intensa. A volte si flagellava e diceva che bisognava colpire più parti del corpo e non sempre la stessa, perché Gesù fu colpito in tutto il corpo.

Il Beato Sante invocava Dio di fargli patire la stessa pena di cui morì il suo grande amico, fu così che gli vennero le stigmate, esattamente una ferita nella coscia sinistra. Spesso i dolori erano così lancinanti che non riusciva a camminare.

Si racconta che gli animali e le piante obbedivano al beato Sante! Basti ricordare la quercia che produceva le ghiande con il segno della croce.

Oggi nel luogo in cui si trovava la quercia santa c’è una lapide che la ricorda.

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Lapide nel luogo in cui visse per diversi secoli la Quercia Santa

Altro episodio che merita di essere ricordato è quello delle ciliegie. Durante la sua ultima notte, notte molto sofferta, i fratelli che lo curavano gli chiesero che cosa desiderasse mangiare, lui chiese delle ciliegie. Anche se era pieno inverno, ordinò ai suoi confratelli di uscire a prendere delle ciliegie e così fu fatto. Trenta ossi di ciliegia infatti sono stati messi nella sua tomba insieme a degli unguenti che usava per curarsi le piaghe ed altri oggetti.

Un mattino il futuro Beato trovò l’asinello che usava per trasportare le sacche o la legna, ucciso da un lupo. Il lupo era ancora nei paraggi, gironzolava nella selva, così Giansante ordinò al lupo di svolgere il lavoro che prima svolgeva l’asino, e la bestia divenne il compagno che portava la legna o le sacche.

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Scultura in legno in cui è rappresentato il Beato Sante con la croce in una mano, il sole nel petto (simbolo del miracolo dell’eucarestia) e il lupo

 

Naturalmente il Beato Sante compì anche dei miracoli di guarigione di diversi ammalati.

Nel 1394 la ferita si aggravò fino a portarlo alla morte, si narra che lui stesso aveva previsto che sarebbe morto dopo 15 giorni.

Diversi furono i prodigi anche dopo la morte. Il primo fu la prima fiaccola che lui stesso accese nel cielo sopra il campanile del convento, proprio nel momento in cui spirò.

Ci furono diverse discussioni su dove seppellire il corpo di Giovanni Sante, se in una fossa comune oppure se dovesse essere posto in una tomba individuale come usava per i santi. Fu un giglio nato in inverno dal cuore di Giovanni Sante a testimoniare con la sua presenza e il suo profumo dove e come doveva essere trattato il corpo del futuro Santo.

Fu nel 1423 che il convento fu intitolato al Beato Sante, così come oggi tutti noi lo conosciamo, e vediamo indicato dagli appositi cartelli marroni.

Nel 1700 il convento fu rimaneggiato totalmente ed oggi non sappiamo più nulla o molto poco di che cosa rimane della parte originaria. E’ possibile che il frate che vive nella cella appartenuta al Beato Sante neanche lo sappia.

Così come non sappiamo più nulla della tomba del Beato Sante ed il suo corpo.

Un mistero. Sembra quasi che come la sua vita sia avvolta dal mistero così sia, e resterà, anche la sua scomparsa, come a sancire un mistero senza possibilità di soluzione.

 

Luca Bragina   Maggio 2016

Il Mago della Carda

Percorrendo i magnifici sentieri del versante occidentale del Monte Nerone, passando per il Rio Vitoschio, il fosso del Mulino, Ca Rossara e il Monte Cardamagna, sono sempre rimasto incuriosito e affascinato dalla Carda. Tante volte mi sono chiesto per esempio se quel nome, distribuito su un’area piuttosto estesa prima e dopo il valico di Pian di Trebbio, avesse avuto origine dal corso d’acqua, dalla montagna o dalla famiglia che fu padrona di queste terre e del loro antico castello. Il toponimo in realtà, come afferma Luigi Michelini Tocci, a cui si devono tante pubblicazioni di storia locale, deriva molto probabilmente da una delle piante qui più diffuse, il cardo. La Carda è invece il nome dato alla zona compresa principalmente tra due creste montuose facilmente riconoscibili, quella più alta del monte Cardamagna (o Carda Maia) che arriva a oltre 900 metri e fa quasi da bastione difensivo al massiccio del Nerone, e quella detta della Cardaccia (più bassa di circa 200 metri) che ospitava l’antico castello. Davanti alle creste, oltre la strada che collega Apecchio e Piobbico con Pian di Trebbio, la Carda è chiaramente delimitata dai rilievi della Serra della Stretta, sul cui versante opposto si trova la località di Acquapartita.

Il Castello della Carda era situato proprio sopra il fosso del Mulino e San Cristoforo di Carda, ma purtroppo di esso rimangono ormai solo poche rovine . Appartenne ai Brancaleoni di Piobbico dal XII secolo (anche se fu probabilmente edificato molto prima), divenne in seguito proprietà del vescovo di Città di Castello e alla fine del XIII secolo fu ceduto al famoso Ottaviano Degli Ubaldini, quel cardinale che fu dannato nel cerchio degli epicurei dell’Inferno di Dante assieme all’Imperatore Federico II, di cui sembra si fosse autoproclamato sostenitore. La famiglia Ubaldini era considerata eretica perché di parte Ghibellina, e ciò era sufficiente al tempo per rendere il Cardinale degno delle fiamme dell’Inferno, anche se i fatti storici farebbero pensare il contrario visto che pare fosse proprio lui a condurre l’esercito Guelfo di Bologna contro le forze dell’Imperatore e che fu incaricato dal Papa stesso a riconquistare le terre pontificie della pianura padana. In ogni caso Ottaviano fu forse il primo famoso rappresentante della famiglia che in seguitò dominò la zona di Apecchio, gli Ubaldini, che erano originari del Mugello e che attraverso guerre e alleanze arrivarono ad espandersi fino alla Provincia di Pesaro e Urbino. Il Cardinale Ubaldini donò in seguito il castello della Carda al pronipote Tano, che sembra sia stato quindi il capostipite del ramo locale della famiglia, gli Ubaldini della Carda.

Dalla Carda la famiglia si allargò ulteriormente conquistando altri castelli della zona, e così Montevicino, Apecchio, Pietragialla e Castelguelfo caddero l’uno dopo l’altro sotto il loro dominio. La mossa che decretò la loro definitiva fortuna fu però quella di diventare alleati e “collaboratori di guerra” dei Montefeltro, mettendo a disposizione dei Duchi di Urbino truppe e conoscenze belliche in tanti conflitti in varie zone d’Italia. La famiglia Ubaldini era infatti già famosa per essere una fucina di condottieri e tra i suoi maestri d’arme uno dei più noti fu nel XIII secolo Giovanni degli Ubaldini che riuscì addirittura a fondare una propria compagnia di ventura, con oltre mille fanti e duemila cavalieri provenienti da ogni zona d’Europa.

Alla fine del XIV secolo nacque probabilmente nella Carda Bernardino degli Ubaldini, che fu forse uno dei più celebrati capitani di ventura della sua epoca, tanto da meritarsi il soprannome di Magnifico. Le sue spiccate abilità di condottiero fecero si che il Duca di Urbino, Guidantonio, lo volesse alle sue dirette dipendenze e il suo valore e la sua importanza strategica per i Montefeltro divennero tali che gli venne concesso l’onore di entrare a far parte della famiglia, sposando proprio la figlia di Guidantonio Aura, nel 1420.

Bernardino ebbe sicuramente un figlio naturale, chiamato Ottaviano come il suo avo, ma secondo quella che in passato sembrava essere solo una diceria popolare che si è rivelata invece in seguito più che fondata, fu anche il padre naturale di Federico, il più celebre dei Duchi di Montefeltro. Fino a non molto tempo fa sembrava infatti certo che Federico fosse nato da una relazione di Guidantonio con una dama di corte e che fosse quindi considerato illegittimo. Per questo motivo venne subito dato in affidamento e allontanato dalla città Ducale, passando prima un breve periodo non troppo lontano da casa, a Mercatello, e trasferendosi poi all’età di undici anni a Venezia non solo come pegno di pace secondo l’usanza del tempo ma anche, sembra, per soddisfare i desideri della seconda moglie di Guidantonio, che non lo vedeva certo di buon occhio a Urbino.

Diversi studi sono stati portati avanti negli ultimi anni riguardo Federico e la sua nascita, e degni di nota sono in particolare le recenti pubblicazioni (1) degli storici Apecchiesi Lionello Bei e Stefano Cristini, come anche gli articoli pubblicati dagli stessi autori sul blog di storia locale VERSACRUM. Come emerge anche dalle loro ricerche la questione sembra essere oggi molto più dibattuta rispetto alle granitiche certezze del passato, tanto da poter giungere alla conclusione che Federico era verosimilmente figlio di Bernardino Ubaldini Della Carda, e che il suo padre naturale era così tanto legato a Guidantonio (che non riusciva ad avere eredi maschi e a garantire così la stabilità dello Stato) da affidargli il proprio figlio primogenito per farlo riconoscere come un Montefeltro.

Ottaviano Ubaldini Della Carda nacque nel 1424, due anni dopo suo fratello, del quale peraltro seguì la sorte venendo allontanato presto da casa per essere affidato ai Duchi Visconti di Milano, anche lui come ostaggio a seguito della pace stretta tra le due famiglie.

Come riporta sempre Michelini Tocci i due giovani, fratelli o no che fossero e nonostante i lunghi periodi in cui di fatto rimasero separati, sin da piccoli stabilirono una forte amicizia, come quella che univa anche i loro padri “ufficiali” e rimasero legati per tutta la vita.

Nel 1437 Bernardino Della Carda morì, lasciando come erede legittimo dei suoi possedimenti Ottaviano, ma disponendo anche che le truppe della sua compagnia militare fossero divise equamente tra Ottaviano e Federico, a riprova del forte legame del grande condottiero con entrambi i giovani. Ottaviano era però uomo di libri, per lui la conduzione delle truppe rappresentava un peso troppo gravoso e decise quindi di lasciare il comando in toto a Federico, che si ritrovò così molto giovane a capo di ottocento lance.

Federico al contrario era un condottiero nato, con una forza e una resistenza eccezionali e alla testa delle sue truppe, che metteva al servizio del miglior offerente, guadagnò sempre più fama grazie alle continue vittorie in battaglia. Nel 1441 ebbe luogo forse la sua impresa più ardita in cui riuscì a prendere San Leo ai Malatesta, scalando con un manipolo di uomini la parete di roccia, espugnando la Rocca e diventando così una celebrità in tutt’Italia.

Nonostante i suoi successi non poteva però pretendere il Ducato di Urbino, poiché nel frattempo era nato il figlio legittimo di Guidantonio, Oddantonio, che divenne Duca alla morte del padre nel 1443.

Tutto sembrò sistemarsi seguendo lo schema di eventi più logico, con Urbino che aveva garantita la sua successione di sangue e di conseguenza la sua stabilità politica, e con Federico che continuava nella sua vita di soldato che era quella che più amava. Ma dopo nemmeno un anno dalla sua investitura, Oddantonio fu assassinato a seguito della famosa congiura ordita dai suoi consiglieri più stretti, rimescolando così nuovamente le carte in gioco. Federico si trovava a combattere a Pesaro quando fu richiamato a casa con urgenza per vedersi affidata a furor di popolo la sovranità del piccolo Stato di Urbino, nonostante le voci insistenti (anche se provenienti in verità soprattutto dagli eterni rivali Malatesta) che indicavano proprio lui come l’ideatore della cospirazione contro il fratellastro.

Dalla sua nomina a Duca inizierà il periodo di massimo splendore di Urbino, grazie non solo alle sue doti militari ma anche (e forse soprattutto) a quelle politiche e amministrative di suo “fratello”, rimasto fino ad allora quasi dimenticato in esilio a Milano.

Ottaviano era un ragazzo molto intelligente, serio e dotato di grande buon senso, padronanza di se e di un rigore austero e quasi mistico, e nel giro di pochi anni (nonostante fosse considerato comunque un ostaggio) era riuscito a entrare nelle grazie del Duca Filippo Maria Visconti fino a diventare già da molto giovane una figura di primo piano alla corte di Milano, come ci raccontano le cronache dell’epoca.

Grande studioso, ebbe modo di accedere a biblioteche immense e di avere come maestri alcuni tra i più illustri eruditi del suo tempo. In quegli anni, tra tutte le scienze, l’astrologia aveva in particolare un peso molto importante soprattutto presso le corti, e sembra che il Duca di Milano non muovesse un passo senza consultarsi prima coi suoi astrologi, e di conseguenza anche Ottaviano fu investito di una formazione “magica” molto specifica e approfondita.

Ottaviano rimase a Milano fino alla morte del Duca Visconti, avvenuta nel 1447, dopodiché tornò alla sua amata Carda, che non aveva mai dimenticato, e a Urbino, dove venne chiamato da Federico a condividere l’amministrazione dello Stato. Seguiranno trentacinque anni di collaborazione col Duca, formando di fatto una diarchia che risultò in un governo tra i più illuminati ed efficienti dell’epoca. Federico curava gli affari di guerra e contribuiva in gran parte a riempire le casse di Stato coi servigi militari prestati in tutta Italia, mentre Ottaviano era il vero reggente e la sua gestione così oculata e lungimirante rese la città Ducale un importantissimo centro della cultura umanistica e dell’arte rinascimentale, facendone inoltre un vero punto di riferimento politico per tutta l’Europa. Ottaviano,  assieme anche a Federico, continuava a occuparsi di astrologia e l’importanza di questa scienza era tale presso la corte di Urbino che dopo la realizzazione del Palazzo Ducale i Torricini della facciata divennero veri e propri osservatori e dimora dei tanti astrologi che venivano chiamati in città per condividere il loro sapere. Questo è per molti il periodo più bello del Ducato, quello di Laurana e Francesco di Giorgio Martini, con quest’ultimo che sembra voler ritrarre il motore dell’entusiasmo che impregnava tutto lo Stato nella famosa lunetta di marmo che vede Federico vicino a un’insegna militare e Ottaviano con due libri e un ramoscello di olivo.

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(2)

I due reggenti non dimenticarono di certo la Carda delle loro origini. Federico fece edificare una residenza di caccia nell’abitato di Colombara, e sembra inoltre che uno degli edifici che ancora oggi si trovano nei pressi di San Cristoforo sia opera proprio del grande architetto Francesco di Giorgio.

L’incanto si spezzò solo con la morte del Duca, avvenuta nel 1482 durante una delle sue innumerevoli campagne militari.

Ottaviano continuò ad amministrare il Ducato anche dopo il passaggio del potere al figlio di Federico, Guidubaldo, di cui combinò le nozze con la pupilla di un’altra potente famiglia italiana,  Elisabetta Gonzaga. A questo punto la sua rigorosità come alchimista e studioso delle stelle spingeranno però Ottaviano a essere troppo dipendente dall’interpretazione dei segni celesti, tanto da chiedere ai due novelli sposi di attendere il momento astrologicamente più propizio prima di consumare il matrimonio. Purtroppo le congiunture non erano favorevoli e il momento giusto tardava ad arrivare. Col passare del tempo la notizia trapelò e venne divulgata in città, facendo dell’attesa della corte quella dell’intero Ducato e aggiungendo così pressione sui due coniugi. Guidubaldo in particolare soffriva di nevrosi che si aggravò proprio in quel periodo in modo irreparabile, portandolo a una profonda crisi che fece si che le nozze non vennero di fatto mai consumate e rendendolo così l’ultimo rappresentante della dinastia dei Montefeltro.

Il Mago della Carda fu accusato di sortilegio e di avere inscenato tutto per mantenere il potere, facendo così dell’ultimo decennio della sua vita un periodo piuttosto oscuro e non degno della sua assoluta grandezza come statista, ma nonostante tutto continuò a tenere in mano le redini del Ducato fino alla morte, avvenuta nel 1498.

Fu seppellito nella chiesa di San Francesco a Cagli, dove però la sua tomba non fu mai identificata con certezza, come se anche dopo la morte dovesse rimanere nell’ombra come aveva fatto, a causa del suo carattere schivo, per tutta la vita.

Ma il Mago della Carda era così legato alla sua terra che sembra quasi impossibile che non abbia scelto di rimanerle vicino per l’eternità, e infatti corre voce che il suo spettro si aggiri tra le rovine della Cardaccia e nella Gola della Gamberaia dove forse, vagando tra i sentieri del versante occidentale del Monte Nerone, qualcuno riesce ancora oggi ad avvertirne la presenza.

 

Liberamente tratto da “Storia di un mago e di cento castelli” di Luigi Michelini Tocci 

Lucio Magi © 2016 

(1)
“La doppia anima. La vera storia di Ottaviano Ubaldini e Federico da Montefeltro” Bei-Cristini
“Vita e gesta del magnifico Bernardino Ubaldini della Carda” Bei-Cristini
http://versacrumricerche.blogspot.it/p/la-vera-paternita-di-federico-da.html
http://versacrumricerche.blogspot.it/p/via-e-gesta-del-magnifico-bernardino.html

(2)
Immagine da Wikimedia Commons

Viaggi interessanti

Un paio di viaggi molto belli, per chi non riesce a muoversi da solo e ha buona disponibilità economica.

Mustang
Come avevamo annunciato nel precedente articolo, dal 2015 la strada per il Mustang è aperta alle jeep.
Come al solito i dubbi se questa sia o no una buona notizia sono tanti. In proposito ricordo il link alla storia pubblicata sul sito Global Oneness Project e vorrei anche condividere l’opinione del fondatore di Amitaba e grande conoscitore dell’Asia, Alessandro Zuzic.
Tra l’altro recentemente sempre GlobalOneness ha pubblicato delle bellissime foto sul Mustang nella serie di articoli dedicati alle Culture in via di Estinzione (Vanishing Cultures).

Anche quest’anno Amitaba offre l’occasione di visitare la valle e assistere al Festival del Tiji. La partenza è prevista per il 24 Aprile.
Navyo Nepal invece propone un itinerario di 14 giorni con partenza il 27 Aprile (il Tiji Festival è il 3-4 Maggio).

amitaba

navyo2

Tian Shan
Kailas propone un viaggio in Kazakhstan, e nel percorso include la catena montuosa del Tian Shan, che fa da perimetro a una parte del deserto del Taklamakan e che si estende tra Kyrgyzstan, Cina e appunto Kazakhstan.
Partenza il 6 Agosto, durata 15 giorni.

kailas

Tibet
Vorrei inoltre mettere in evidenza questa bella pagina sempre da Navyo Nepal, con informazioni in generale sui permessi per chi volesse viaggiare anche in autonomia (ricordo che il governo cinese vieta comunque viaggi senza guida, autista e veicolo privato) in Tibet. I permessi turistici verranno rilasciati dalla Cina non prima di Aprile.

Fuorirotta.org – Bando 2016

Dopo il grande successo della prima edizione, Fuorirotta annuncia la pubblicazione di un nuovo bando per il 2016.

Dedicato al viaggio non convenzionale, non omologato, alla ricerca di orizzonti diversi e liberi, Fuorirotta è un progetto itinerante nato come sviluppo delle esperienze di viaggio vissute e documentate dai suoi ideatori e come occasione di riflessione sul sempre più attuale tema del diritto al viaggio, FuoriRotta intende rivisitare e riqualificare l’idea di viaggio, esaltandone la centralità come esperienza di conoscenza dell’altro e veicolo di contaminazione fra punti di vista.

Il bando è rivolto anche quest’anno a giovani tra i 18 e 30 anni ed è disponibile al link www.fuorirotta.org/bando-2016. È possibile candidarsi entro il 15 aprile 2016, per viaggi da realizzare tra Luglio e Ottobre 2016.
Tutti i progetti presentati verranno sottoposti a selezione, i cui risultati saranno resi pubblici il 16 maggio 2016.
In seguito verrà lanciata una campagna di crowd-funding che consentirà di incrementare il finanziamento ottenuto tramite il bando.
Anche quest’anno il progetto è sostenuto da Internazionale e Montura.

internazionale

montura

Sasso Simone – La città del Sole

In preparazione alla prossima escursione nel Parco del Sasso Simone e Simoncello ecco un breve articolo sulla Città del Sasso o Città del Sole, col solo scopo di rinfrescare la memoria e invitare ad approfondire l’argomento dalle numerose fonti di informazione disponibili.

Siamo nel 1566 e in cima al piatto del Sasso Simone si assiste a un “avvio lavori” molto particolare. A quel tempo i Sassi Simone e Simoncello si trovavano nei possedimenti del Granducato di Toscana, proprio sul confine col Montefeltro dei rivali Duchi di Urbino, e Cosimo de Medici (il reggente di Toscana) sta per dare inizio a un progetto da molti definito assurdo, quello di costruire proprio in cima al più grande dei due Sassi una vera e propria città.
Cercherò di seguito di riprendere i motivi all’origine di quest’idea, ma dovrò forzatamente fare una digressione nella storia dell’Italia del Cinquecento, promettendo di semplificare al massimo delle mie capacità la complicatissima cronistoria degli avvenimenti .

L’Italia non stava vivendo un periodo tra i più tranquilli, vista la frammentazione e la confusione che regnavano un po’ su tutta la penisola portati dal passaggio epocale dall’era Medievale a quella Moderna. Al Nord le potenze che emergevano erano Milano, Venezia e Firenze. Al Sud, forse la parte più stabile, il Regno di Napoli e quello di Sicilia si erano riuniti sotto gli Aragonesi, mentre sui mari dominavano ancora alcune Repubbliche Marinare. Lo Stato Pontificio aveva il controllo su gran parte dell’Italia Centrale, dove tuttavia resistevano ancora molteplici possedimenti governati di fatto da signori locali.

1024px-Italia_1494_topo.svgMappa da Wikipedia

In questo quadro arrivano le cosiddette “Guerre d’Italia”, che vedono come protagoniste e antagoniste Spagna e Francia. Le due rivali si affrontano per la supremazia in Europa per oltre settant’anni proprio sul suolo italiano, trasformandolo di fatto in un campo di battaglia alla mercè ora dell’uno ora dell’altro contendente, e portando distruzione e saccheggi ovunque.
Carlo VIII di Francia è il primo a invadere l’Italia nel 1494 percorrendo l’antica Via Francigena, con l’intento di impossessarsi del Regno di Napoli di cui si sentiva in qualche modo sovrano per lontana discendenza Angioina.
Il sovrano francese conquista Napoli con l’appoggio del Papa Alessandro VI Borgia, che gli cede il passo attraverso i territori della Chiesa ma gli affida come guida suo figlio Cesare, che diverrà negli anni a venire uno dei protagonisti principali della storia del Centro-Italia. Il predominio francese è però di breve durata, e le truppe riattraversano la penisola in senso contrario, spinte dalla potenza della lega composta da Milano, Stato Pontificio e Venezia, che si alleano anche con Austria e Spagna.
Luigi XII succede a Carlo VIII ed eredita le sue manie di grandezza mettendosi in testa di rivalersi anche lui su un pezzo di Italia per motivi ereditari (questa volta tocca al Ducato di Milano). Scende dunque oltre le Alpi nel 1499 e, con l’aiuto dei Borgia, le sue truppe in breve tempo entrano a Milano e conquistano di nuovo Napoli.
Non bastassero i francesi e gli spagnoli ci pensano anche i Borgia a mettere a ferro e fuoco il Centro Italia. Cesare Borgia (il Duca Valentino protagonista del “Principe” di Machiavelli), dopo essere diventato luogotenente di Luigi e avere preso il comando di un contingente delle sue truppe, marcia infatti verso la Romagna per portare a compimento un piano preparato da tempo assieme a suo padre, il Papa. I Borgia infatti hanno intenzione di togliere il potere ai signori locali che si muovono in modo un po’ troppo indipendente dalla Madre Chiesa, e mirano di fatto a creare un regno famigliare privato in quella regione. Uno dopo l’altro si arrendono a Cesare tra gli altri Caterina Sforza, i Malatesta, i Montefeltro e i Da Varano. Non soddisfatto dell’egemonia sul versante Adriatico Papa Alessandro spinge Cesare a entrare a Perugia e a puntare quindi sulla Toscana, dove mira a conquistare Siena e Pisa. Ma improvvisamente Alessandro VI Borgia muore nel 1503 e Cesare perde pian piano il suo potere, finchè con l’elezione del nuovo Pontefice Giulio II Della Rovere (i Della Rovere erano acerrimi nemici dei Borgia) gli vengono tolti definitivamente i domini in Romagna e viene imprigionato a Castel Sant’Angelo.
Intanto il conflitto tra Francia e Spagna continua, e con Carlo V che diventa Imperatore di Spagna e Germania assume aspetti clamorosi. Per fermare le sue rivalse sull’Italia nel 1526 si forma una lega anti-spagnola con i Francesi, lo Stato Pontificio, Venezia, Firenze e altri stati italiani minori. Il loro esercito è comandato da Giovanni de Medici (conosciuto anche come Giovannni dalle Bande Nere) e da Francesco Maria I Della Rovere, duca di Urbino. Ancora prima di entrare nel vivo di questo nuovo conflitto l’esercito “alleato” viene però sconfitto dai terribili Lanzichenecchi di Carlo V, che penetrano dal Trentino nell’Italia Centrale, devastandola ancora una volta prima di lanciarsi verso il famoso “Sacco di Roma” nel 1527.
Le lotte tra le due superpotenze vanno avanti fino al 1559, anno in cui viene sancita la pace a fronte del dominio spagnolo su gran parte dell’Italia, e in cui vengono definiti i nuovi confini territoriali delle altre fazioni in campo, tra cui il Granducato di Toscana.

Cosimo de Medici, l’ideatore della Città del Sasso, è il nuovo Signore di Toscana ed è il figlio di Giovanni dalle Bande Nere. Ha vissuto quindi in prima persona il periodo delle invasioni e il suo stile di governo è di conseguenza autoritario e mira prima di tutto alla difesa del territorio. Allo stesso tempo è però anche un sovrano lungimirante nell’amministrazione della giustizia e nella costruzione di infrastrutture, oltre che amante dell’arte e iniziatore di diversi cantieri per il miglioramento architettonico di Firenze (tra cui il Palazzo degli Uffizi, che originalmente era sede dei suoi “uffizi” amministrativi).
L’andirivieni degli eserciti che avevano attraversato l’Italia durante le guerre aveva portato il terrore nella popolazione, e la paura di nuovi conflitti aveva fatto si che la necessità di difendersi diventasse una priorità per chiunque fosse a capo di un qualunque stato italiano dell’epoca, figuriamoci per Cosimo che si trovava a governare sulla terra di passaggio più calpestata tra tutte. Sansepolcro, Arezzo, Siena, Volterra, Portoferraio, la Terra del Sole (Eliopoli) nei pressi di Forlì e la Città del Sasso sono solo degli esempi di castelli e fortezze fatti costruire dal nulla o ricostruiti sulle fondamenta di più antichi presidi da Cosimo de Medici, in seguito a un disegno sistematico che mirava al rafforzamento delle difese dei confini di Toscana.

ssimone2Questa foto e quella in bianco e nero sono di Lucio Magi – 2005

Nonostante questi presupposti “militari”, Cosimo non pensa veramente solo a difendere il suo territorio, ma vuole costruire sul Sasso Simone una città ideale, che spaventi i vicini e sia militarmente inespugnabile, ma che diventi allo stesso tempo anche il prototipo di un’idea di perfezione geometrica e architettonica, immersa nella natura.
La volontà di procedere era molto forte, e la motivazione aumentò dopo un primo sopralluogo sul Sasso Simone avvenuto già nell’estate del 1554, diversi anni prima dall’inizio lavori, quando ci si rese conto definitivamente della bellezza e strategicità del sito. Tra l’altro negli anni tra il 1450 e il 1570 il clima della nostra zona era incredibilmente mite, tanto che sul Sasso si riuscivano addirittura a coltivare orzo, lino e piselli, e costruire una città sulla montagna doveva sembrare un progetto assolutamente meraviglioso, tanto da arrivare a parlare anche di Città del Sole.
Cosimo sapeva poi che già prima di lui i Malatesta avevano pensato di costruire proprio li una fortezza che contrastasse San Leo e che sul Sasso erano vissuti alcuni monaci benedettini sin dall’anno 1000, nell’abbazia costruita sui resti di una più antica chiesa Longobarda dedicata al “solito” San Michele Arcangelo (vedi in proposito l’articolo sul Corridoio Bizantino).
Si va dunque avanti, e dopo aver posato la prima pietra i lavori procedono a ritmo serrato per ben dieci anni, tanto che nel 1573 viene già inviato il primo presidio permanente di 10 soldati.
Il progetto prevede la costruzione di 50 case, una residenza per il capitano della guarnigione, una prigione, una cappella, una cisterna per l’acqua, due torri e mura di cinta tutto attorno, per ospitare 300 abitanti. Addirittura si era pensato anche a un portico fuori dalle mura dove tenere le fiere estive. La Città del Sasso doveva diventare uno dei principali (se non addirittura il principale) centri presidiati della zona.

CittadelsoleSassoImmagine della Città del Sole dal sito del comune di Carpegna

L’amministrazione a Firenze cercava di tenere i lavori sotto controllo, e difatti un’importante fotografia che ci spiega cosa veramente si stava facendo sul Sasso viene proprio dalla relazione dell’ispezione di Baccio Del Bianco e Vincenzo Viviani nel 1644, inviati per verificare se la città si stesse rivitalizzando o se invece procedesse verso un progressivo deperimento. Vengono descritti tre quartieri ben definiti, chiamati in base alle comunità che li avevano realizzati coi nomi di Sestino, Borgo San Sepolcro e Pieve Santo Stefano, per un totale di circa 40 case. Ogni casa aveva un orto e in città vivevano un fabbro e un cavallaro.
I due ispettori non mancano inoltre di inserire dettagli pratici nella loro relazione, spiegando per esempio che veniva utilizzato troppo legname, soggetto a deperimento, e che le teste dei travi andavano “abbronzate” per evitare crolli.
Nonostante gli sforzi e gli investimenti le condizioni di salute della città non risultano quindi troppo buone. Ci sono inoltre le città vicine che remano contro dall’inizio del progetto. Sestino e Badia Tedalda non vorrebbero essere declassate e il malcontento popolare contro la Città del Sole non aiuta chi invece vorrebbe investire nel progetto. Gli anni passano e il presidio non riesce ad acquisire quel ruolo di egemonia sul territorio che Cosimo aveva tanto sperato. Sembra che nemmeno le poche spedizioni militari effettuate in quegli anni nella zona da truppe Toscane siano partite dalla fortezza del Sasso, facendo venire a meno anche lo scopo militare del sito. Alla fine, tanto per aggravare le cose, dopo il periodo di mitezza climatica che aveva fatto tanto ben sperare all’avvio dei lavori, arrivò quella che oggi viene chiamata Piccola Età Glaciale, che abbassò le temperature in tutto l’emisfero settentrionale fino al 1800, costringendo i pochi abitanti della Città del Sasso ad abbandonare totalmente la montagna nel 1673 e impedendo di fatto a Cosimo de Medici di completare il suo sogno di Città Ideale.

Oggi rimane ben poco di quel sogno se non il selciato della strada che sale sulla cima, la cisterna dell’acqua e qualche resto di muro.
Resta però sempre e comunque il fascino e la bellezza di questo luogo magico, che ben fa capire ancora oggi come sia stato facile sognare e immaginare proprio quassù una Città del Sole.

Lucio Magi – Febbraio 2016

 

Questo articolo ha usato come riferimenti bibliografici i seguenti testi:
La città del Sasso” – Girolamo Allegretti 1992
Mestieri e quartieri nella città fortezza del Sasso di Simone in una relazione del 1644” – Giancarlo Renzi 1992

Per altre informazioni vedere anche il sito del Parco Regionale del Sasso Simone e Simoncello
http://www.parcosimone.it

e il sito del Comune di Carpegna
http://www.comune.carpegna.pu.it/conoscere-carpegna/il-sasso-simone/la-citta-del-sole/

I Crinali del Meta

Salve a tutti,
un breve resoconto della nostra uscita in Appennino del 31/01.

Intanto grazie per aver partecipato in gran numero all’inaugurazione del gruppo Indratrek, l’inizio di una nuova esperienza per noi e speriamo di nuove avventure per tutti coloro che vorranno condividere dei bei momenti di cammino insieme.

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Forse non abbiamo avuto un tempo perfetto durante la nostra prima escursione, ma sicuramente perfetto è stato il clima che abbiamo respirato durante questo bel trek che ci ha portato a percorrere le creste che da Borgo Pace affiancano il fiume Meta nel percorso che scende dal paese di Lamoli. Qualche tratto di salita un po’ impegnativa, non ha scoraggiato il gruppo che è restato compatto per tutto il tragitto. Abbiamo avuto modo, nonostante un po’ di nuvole, di apprezzare lo splendido panorama che ci circondava spaziando dal monte Nerone ai Sassi di Carpegna, senza contare i meravigliosi Arcobaleni che ci hanno indicato più volte la strada del ritorno. Terrazzi di scaglia grigia e spigoli di rocce stratificate hanno fatto da contorno per tutto il tragitto. Una bellissima camminata, con tanti amici vecchi e nuovi, compresi 3 bellissimi esemplari di razza canina. Grazie a tutti per la partecipazione, la bella energia ed i sorrisi che ci avete regalato in questo inizio di viaggio. Chi vuole, può trovare qualche spunto e qualche curiosità sulla storia dell’area che abbiamo visitato assieme sul sito www.indtratrek.it.

A presto e buon cammino

Tutti i dettagli tecnici del trek, oltra alla traccia GPS, sono disponibili su WIKILOC.

Grazie a chi ha messo a disposizione le proprie foto della giornata, visibili qui e sulla pagina Facebook.
Ricordo che alcune altre foto sono disponibili sullo spazio Flickr dedicato a Indratrek:

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